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5 – Prima di partire per un lungo viaggio

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“Un esercito vittorioso prima vince, poi dà battaglia;
un esercito destinato alla sconfitta prima dà battaglia, poi spera di vincere. ”

Sun Tsu (L’arte della guerra)

Sono seduto sul treno e sono in viaggio verso il San Martino di Genova. Oggi è previsto l’incontro con il primario di Ematologia e per la prima volta non si parlerà tanto del COSA (la malattia), ma del COME cercare di combatterla. Da Pietra siamo partiti in tre e ad accompagnarmi ci sono come sempre mamma e papà. A Savona si aggregherà mio zio Roberto, il nostro medico in famiglia, almeno possiamo contare su qualcuno che ci aiuti a capire e comprendere meglio le cose mediche che per noi possono risultare un po’ più ostiche.

Sul treno si parla del più e del meno, con mio papà, che mi ha trasmesso la passione per il calcio parliamo ancora dei mondiali appena terminati. Dopo un po’ mi estraneo, infilo nelle mie orecchie le cuffiette per ascoltare un po’ di musica, è un’abitudine che ho sin dai tempi dell’università e che quando viaggio in treno mi aiuta a far passare più velocemente il tempo navigando un po’ fra i pensieri e, qua e là, anche fra qualche ricordo che solo certe canzoni sanno riportarti alla mente. Sono un chiacchierone, soprattutto nei viaggi in treno fatti in compagnia, ma oggi non ho granché voglia di parlare e non perché sia più cupo del solito, anzi, probabilmente è solo perché voglio arrivare a Genova nel massimo relax della mente, quello che ritrovo di solito fra le “mie” canzoni.

Il mio lettore mp3 è un “siluro”, una mega chiavetta USB da ben 1 giga con un centinaio di canzoni a bordo. Il titolo scorre su un piccolo led, i primi iPod costano troppo per me. Nelle orecchie risuona la voce di Irene Grandi che “Prima di partire per un lungo viaggio” sembra mi inviti a portare con me la voglia di cambiamento interiore e di pensare a quello che do io prima di pretendere qualcosa dagli altri.

Sembra che mi legga nel pensiero perché è proprio così che mi sento: oggi parto con uno spirito nuovo. So che piano qualcosa dentro di me sta cambiando, che sto imparando a dare il peso giusto alle cose (senza darne troppo a ciò che non ne merita) e che in questo nuovo percorso che mi troverò ad affrontare non sarò mai solo, ma soprattutto dovrò pensare anche io a fare qualcosa per gli altri.

Sì, perché spesso in queste situazioni si finisce per piangersi addosso e avercela con il mondo per ciò che ti è capitato e devi affrontare. Io però non voglio che per me sia così e in questo senso la Fede mi aiuta. La malattia non devo viverla come una cosa negativa, ma come un disegno di Dio per me, un “dono” che possa favorire la mia riscoperta dei veri valori della vita e mi consenta di ritrovare quell’equilibrio interiore che forse negli ultimi tempi avevo un po’ perso per tante, troppe ragioni. Allo stesso tempo però non devo perdere di vista ciò che mi sta intorno, soprattutto le persone che amo. So che loro soffrono per (e con) me, soprattutto ora, e io so che non posso e non devo farmi vedere giù. Lo penso da sempre, ma oggi è decisamente più attuale: un circolo virtuoso aiuta te e gli altri molto più di un circolo vizioso. La questione è semplice: se io sono scoraggiato e mi faccio compatire, le persone attorno a me saranno infelici e ciò aumenterà la mia tristezza e si rifletterà sul loro umore in un circolo che porta inevitabilmente verso il basso. Viceversa, se mi faccio vedere sorridente, anche loro saranno decisamente più sereni e tutto ciò contribuirà decisamente alla mia serenità portandoci tutti ad avere un morale più alto e ad apprezzare le cose belle della vita. Sono sempre stato un inguaribile ottimista, ma oggi so che ho anche io delle piccole responsabilità verso chi mi sta intorno.

“Siamo arrivati a Brignole…”, le parole di mia mamma mi risvegliano dai miei pensieri e mi riportano alla realtà. Breve tragitto in bus fino all’Ospedale e poi dopo una breve attesa ci accoglie il primario, un uomo dall’aspetto rassicurante con i baffi neri e un simpatico accento romagnolo. Guarda i miei esami, mi visita e poi mi dà una prima idea di quello che mi aspetta: “C’è un nuovo protocollo sperimentale in cui probabilmente potresti essere arruolato, ma prima dovremmo solo fare ancora un esame, una biopsia, per essere sicuri che il linfoma non abbia intaccato il midollo. Ti chiameranno domani per darti l’appuntamento. Se hai domande, fammele pure, sono a tua disposizione.”

Al momento però non ne ho tantissime, vedo speranza e questo mi aiuta a sorridere.

Parliamo ancora qualche minuto e prima di salutarmi e congedarmi mi dice poche, importantissime parole: “Mi raccomando ora, sii determinato perché la testa conta tantissimo, da lì dipende almeno un 30% della tua guarigione! Le cure sicuramente sono importanti, ma la voglia di combattere lo è ancora di più!”.

Se prima avevo grinta e coraggio per iniziare questa battaglia, queste parole mi danno una spinta ancora maggiore… Tornando a casa sul treno nella mia testa faccio anche una specie di ex voto “laico”: siccome ho deciso di affrontare questa mia sfida per la vita “alla Gattuso”, QUANDO (e non SE…) ne uscirò mi comprerò la sua maglia, rigorosamente della Nazionale… In realtà prima di quello “pagano” c’era quello cristiano: se tutto andrà come deve andrò a piedi sino al Santuario della Madonna della Guardia (8 km di salita ripida) e porterò i miei ultimi esami come segno di gratitudine per la grazia concessa.

Il giorno dopo, come mi aveva anticipato il primario, suona il telefono e dall’altro capo c’è un giovane medico che mi dà appuntamento per le 9 del successivo 15 luglio. Nei pochi giorni che mi separano continua la routine quotidiana divisa fra viaggi in treno da buon pendolare, lavoro in ufficio e uscite serali con gli amici. La vita continua come se nulla fosse.

La mattina del 15 ad accompagnarmi ci sono come sempre i miei angeli custodi. In ambulatorio mi accolgono due giovani medici, un ragazzo e una ragazza, mi danno l’idea di essere tosti e per questo mi ispirano fiducia. Lui avrà la mia età e si rivolge a me e ai miei genitori in modi molto gentili. Siccome sono giovane mi dice che prima di iniziare le cure dovrei pensare anche alla crioconservazione, ovvero al congelamento dei miei spermatozoi, nel caso pensassi di avere dei figli è il primo passo che dovrei fare. Le terapie che mi troverò ad affrontare potrebbero compromettere le capacità di avere dei figli arrivando sino alla sterilità e comunque sia dovrei attendere sicuramente qualche anno affinché le cellule del mio corpo smaltiscano tutto. Sono costretto a rifletterci: ad oggi, oltre a non avere nessuna certezza non ho neppure uno straccio di fidanzata e mi trovo a dover decidere sul futuro di eventuali figli… curiosa la vita, no? Comunque sia non ci penso due volte e chiedo tutte le informazioni perché se tutto andrà bene (e nel mio cuore sono sicuro che sarà così) e incontrerò prima o poi la donna della mia vita, non voglio negare a lei (e a me) questa gioia. Per la prima volta penso veramente a un dopo e per un attimo sogno ad occhi aperti: fra le mie braccia vedo un piccolo frugoletto che mi guarda e mi chiama “Papà…”. Quest’immagine mi dà una forza incredibile: ce la devo fare anche per te, che tu sia un lui o una lei poco importa, anche se oggi non conosco quella che sarà tua mamma, so che un giorno ti terrò fra le mie braccia e ti insegnerò a camminare nella vita. So che sarà così e il solo pensiero mi scalda il cuore.

Torno quindi alla realtà e ad aiutarmi sono le parole del giovane medico che mi fornisce il numero di telefono del Centro Fertilità dell’Ospedale, li dovrò contattare da lì a poco sicuramente prima di iniziare le terapie. A tal proposito aggiunge che presto mi telefoneranno e mi diranno le date in cui dovrò effettuare il primo passo del lungo cammino che mi attende. Per essere maggiormente sotto controllo e reagire in tempo ad eventuali effetti collaterali è previsto che faccia la terapia da ricoverato, mentre le successive saranno in regime di Day Hospital. Dovrò pertanto organizzarmi con il lavoro perché mi toccherà rimanere in ospedale almeno due giorni.

Mi avvisa anche che dovrei fare richiesta alla mia ASL per l’esenzione 048, prevista per la mia patologia, visto che dovrò fare tanti esami. Sembra strano, ma è in questo momento che, forse per la prima, volta sono un po’ scosso perché mi rendo conto che ho davvero qualcosa di importante…

Non è però il momento di avere paura perché ora è giunta l’ora dell’analisi vera e propria, per la precisione della Biopsia Osteomidollare. L’esame consiste in una speciale puntura, effettuata in genere nella parte posteriore del bacino (cresta iliaca posteriore), così come avviene nel mio caso. Seguo le indicazioni del medico che con modi molto gentili mi guida in questo esame e mi sdraio a pancia in giù sul lettino dell’ambulatorio in attesa della anestesia locale, che per fortuna non tarda ad arrivare. Mi avvisa che potrei sentire un po’ di dolore perché l’ago che dovrà inserire all’interno dell’osso è un po’ grande, al suo interno raccoglierà un piccolo cilindro di tessuto osseo e un po’ di liquido del midollo osseo che verranno successivamente sottoposti agli esami al microscopio. Percepisco effettivamente un po’ di più la puntura nonostante l’anestesia, ma è un dolore più che sopportabile. Inizio a sentire qualcosina di più quando comincia il carotaggio dell’osso, ma anche qui non sento troppo male probabilmente anche grazie alla bravura e alla mano calma di quel giovane dottore. Terminata quest’ultima operazione si ferma un attimo e mi avvisa che è arrivato il momento di aspirare un po’ di midollo osseo, mi dice che in questo momento non sentirò dolore, ma potrei provare una sensazione strana. Attende un mio segnale per iniziare, poi procede con l’operazione. Aveva ragione lui: in quei pochissimi secondi mi sento come un burattino, avete presente quelli di legno solitamente con le fattezze di Pinocchio cui tirando un filo si alzano contemporaneamente braccia e gambe? Ecco, ora mi sento così! É come se un enorme aspirapolvere stia tirando contemporaneamente tutti i miei nervi. Finisce tutto in un attimo per fortuna e mi gira un po’ la testa. Con una mano che denota davvero cura per il paziente il giovane dottore estrae l’ago e procede insieme alla sua collega con la medicazione. Mi consiglia poi di restare sul lettino ancora un po’ per smaltire l’adrenalina del momento e riprendermi con tranquillità. Seguo il suo consiglio e faccio così, dopo quest’esperienza per certi versi mistica ho bisogno di un attimo per rimettermi in forma anche perché la mia giornata continua e fra poco devo andare in ufficio a lavorare, in fondo sto bene e ho bisogno della mia normalità.

Quando sono pronto mi alzo, mi rivesto e stringo la mano per salutare quei due giovani dottori che per me rappresentano due angeli della Speranza. Loro ricambiano con un sorriso e un “Ci sentiamo presto” che è benzina per i battiti del mio cuore e per la mia testa.

L’anestesia sta pian piano perdendo il suo effetto e così il dolore fa un po’ di capolino. Mi incammino con i miei verso la fermata dell’autobus, io mi dirigerò verso l’ufficio a portare avanti il mio lavoro mentre loro torneranno verso casa. Nel cielo non c’è una nuvola e il sole illumina tutto per fortuna, un po’ perché mi scalda anche il cuore e un po’ perché almeno posso indossare i miei occhiali scuri. Ho un momento un po’ così, non so se per la sensazione strana provata oggi o per il timore del viaggio che sto iniziando ad affrontare e così gli occhi si riempiono di lacrime. Quelle due sante lenti scure mi proteggono dallo sguardo dei miei. Non voglio che mi vedano così, hanno già il loro grande peso sulle spalle e io non voglio dargliene altri. È questo pensiero che mi basta per riprendermi: alla fermata il sorriso sia già tornato sul mio volto. La giornata ricomincia così: insieme saliamo sul bus e appena arrivati all’altezza della stazione ci salutiamo e vado verso l’ufficio con un sorriso in più. Bisogna guardare avanti con occhi di speranza.

Così farò anche nei giorni successivi in attesa della chiamata… Sono sempre più convinto che un sorriso aiuta a vivere meglio. Un passo alla volta poi si riesce a fare tutto: fai la tua vita normale ragazzo e vedrai che tutto andrà bene. Lo dice il tuo cuore e il cuore, si sa, non mente mai!

 

…continua…

Maurizio Romeo
Maurizio Romeo
Blogger, dalla terapia nel 2006 perché colpito da Linfoma non Hodgkin alla Maratona di Roma 2016. #Unpassoallavolta verso la speranza

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