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“Mau, ci sei?” – La Maratona di New York, vista con gli occhi di Enrico

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Maurizio è una persona straordinaria. Uno di quelli che conosci per caso e te ne invaghisci. Un vulcano su due gambe.

Per caso sono stato abbinato a lui come compagno di stanza in un albergo vicino a Central Park, una di quelle che sembrano fara parte più di una bettola del Bronx piuttosto che di un albergo in uno dei luoghi più prestigiosi del mondo.

Per caso ci siamo trovati a condividere un’esperienza unica, una di quelle esperienze che vivi perché hai una motivazione dentro che neanche quelli che ti stanno più vicino riescono talvolta a capire fino in fondo. Ed invece con Maurizio ci siamo capiti al volo.

Per caso il destino ci ha fatto incontrare, per caso condividiamo le stesse passioni.. quasi la stessa età, vite diverse e chilometri di distanza azzerati da un evento di portata mondiale dove trovarsi è impossibile anche se hai un GPS progettato dalla Nasa…

Maurizio mi ha accolto subito a braccia aperte nonostante fossi un perfetto sconosciuto che gli è entrato in camera alle 2 di notte, perchè il mio aereo arrivava a quell’ora.

Per caso ci siamo ritrovati a condividere tutte le emozioni del pre/gara. Tutte (e sono state tante..).

Per caso per qualche ragione non ha potuto correre con l’amica con cui avrebbe dovuto farlo.

Per caso abbiamo fatto quel lungo viaggio che porta alla partenza, scambiandoci incoraggiamenti, pensieri ed anche qualche barretta energetica.

Sempre per caso poi è capitato che ci siamo trovati insieme allo sparo di cannone sul ponte di Verrazzano dove il vento è forte e sei come una sardina in mezzo ad altre decine di migliaia di persone.

Colpo forte. Partiti. Col cuore impavido di un pivello che pensa di spaccare il mondo ho accelerato sull’onda del trasporto delle persone arrivate da tutto il mondo per vincere la loro maratona (i New Yorkers dicono che chiunque tagli il traguardo ha “vinto” la maratona di New York).

La salita del ponte di Verrazzano è la prima, ma forse per questo è la più facile: le tue gambe che non aspettavano altro che sgranchirsi dopo ore di attesa e mesi di preparazione.

“Vai piano Enrico che c’è tempo”… un refrain che avrei sentito fino al trentesimo chilometro dove sarei probabilmente rimasto se non avessi deciso di seguire quel consiglio. Sì, perché la maratona non è proprio come il mio sport. Io arrivo dallo sci e lì dai tutto in un minuto e mezzo ed in quel tempo devi metterci tutto, devi usare muscoli, testa, cuore, valori e tutto quello che rimane perché in quelle frazioni di tempo non hai modo di prendere il resto come al bar. Devi dare tutto in una manciata di secondi e ogni centesimo conta!

Ma la maratona no. È una sfida di controllo, di strategia e di riflessione: anche qui arrivi alla fine ed il “resto” non lo prendi, ma solo perché dopo 42km non ti è rimasto niente ancora da poter dare… Ma questo è quello che mi hanno raccontato, in fondo io sono solo alla prima maratona e non so davvero come sarà correre 42.195 metri.

“Enrico rallenta”. Ecco la sua voce… E mentre correvo più forte di lui guardavo sempre indietro perché sentivo che avevo bisogno di quel freno e non lo volevo perdere. “Mau ci sei?”. Se non lo vedevo lui alzava il braccio e mi urlava “Ci sono!”. E così sarà per molti chilometri…

Dopo il secondo miglio cominciano i ristori. Prendiamo acqua entrambi (“Mau ci sei?”. “Ci sono”.) e corriamo verso Brooklyn ed oltre, in una giornata mozzafiato e non solo per via della corsa. Ancora un chilometro. I primi dieci vanno lisci come l’olio sull’onda dell’entusiasmo..

A un certo punto dal nulla Mau se ne esce con una frase che mi gela:“Enrico mi scappa la pipì, devo fermarmi al primo bagno dove non c’è coda”. Penso “Cazzo no..”, ma mi esce solo un “Mau fattela addosso” in questo dialogo fra matti lui mi risponde solo “Non ci riesco”. Penso: Provaci, vedrai che quando ti scappa forte la fai, guarda che se ci perdiamo non mi ritrovi più.

“Enrico non forzare” mi dice lui e io rispondo “Tranquillo Mau” ma lo faccio sempre guardando l’orologio con ossessione compulsiva di chi la maratona non solo la vuole finire, ma vuol anche cercare quel qualcosa in più da raccontare ai nipoti. Andiamo avanti così fino ai 15..

I primi rifornimenti sono iniziati da un po’. Per i primi chilometri solo acqua ma ora i 10.000 volontari cominciano a distribuire anche i sali. Segno che la cosa comincia a farsi seria. La folla comincia ad essere più copiosa, si vedono tantissimi striscioni, gente che canta e che balla, musica a palla, quartieri mobilitati per seguire l’evento dell’anno. Orde di bambini che si accalcano sui marciapiedi per porgerti un “cinque”… per darti un’incitazione od un altrettanto gradito pezzo di banana. Arrivano i 21 km e la mezza passa senza quasi accorgersene.

“Come stai Enri?” “A posto Mau e tu?” “Tutto ok ma tu non forzare” mi dice lui, mentre noto che a volte sembra fare un po’ fatica a seguirmi. Già da un paio di rifornimenti ci scambiamo cortesie: la sosta rallenta ed uno dei due si ferma a prendere acqua anche per l’altro. Beviamo un bicchiere in due, ogni miglio e mezzo, e sarà così fino alla fine.

Al 26° km si presenta Lui, il ponte del Queensboro: la prima salita maledetta che picchia duro e ti ricorda che sei umano anche se a volte ti sei illuso di non esserlo. Il passaggio è sulla parte bassa, c’è buio e la gente che prima correva accalcata, qui comincia timidamente a diradarsi anche se di poco. Qualcuno si ferma, qualcuno cammina , molti rallentano. La salita è interminabile e siamo a poco più di metà gara nella parte più semplice del tracciato (lo scopriremo dopo). Per fortuna inizia la discesa e alla fine del curvone  per immetersi sulla 1st Avenue, che mi ricorda un po’ la galleria del GP di Monaco, arriva un  boato da togliere il fiato. In un attimo si passa dal silenzio del sottoponte al rinnovato e più forte frastuono della gente.

“Dai Enrico che c’è la facciamo” mi dice Mau, mentre io comincio a sentire il fiato che viene meno…  Non sono l’unico, tanti altri rallentano il loro ritmo iniziando a subire il colpo da quel ponte che sembrava finire mai.

Maurizio vede il cambiamento, lo percepisce anche se la quantità di parole uscite dalla mia bocca sono le stesse, poche, dei primi chilometri. Il messaggio del corpo non mente e la concentrazione fa spazio alla stanchezza. “Sciogliti un po’!” mi dice facendomi cenno con le mani allungando le sue verso il basso.

Un altro risotro… e senza dire una parola Mau prende regolarmente acqua o sali per tutti e due. Beviamo poco ma spesso. Me lo ripete come un mantra e sebbene sia lui ad essere rimasto due passi indietro fino a qui, è sempre lui che si stacca per allungare il braccio e prendere quello che c’è. Si perché penso che il rifornimento mi rallenti ed io non voglio perdere un secondo, sono ancora in preda dalla smania di fare bene. “Mau ci sei?”. Quante volte l’ho ripetuto cercandolo compulsivamente dietro di me con il timore che non ci ritrovassimo più. Ma Mau era lì.. più o meno indietro ma sempre lì, con me  sempre a cercarlo con lo sguardo quasi come a dire “Oh, sta cosa la voglio fare insieme”. Sebbene io sia venuto qua da solo il filo che ci lega è troppo bello ed adesso ce la dobbiamo godere fino alla fine. “Ci sono” mi dice ogni volta che giro lo sguardo per riacciuffarlo fra le decine di volti diversi che ci circondano.

All’improvviso torna quella frase che non avrei voluto sentirgli dire; “Enrico mi scappa,  alla prossima devo davvero fermarmi un secondo”. Gli rispondo di nuovo deciso: “Mau, sei un maratoneta, fattela addosso!” e continuiamo così per altri 2/3 chilometri. Ad un certo punto mi volto e lo sento dire “L’ho trovato!”. Non ho tempo di dirgli nulla perchè scatta sulla sinistra. Pensavo che si riferisse al Sacro Graal, e invece mi accorgo che aveva solo trovato un bagno libero a bordo strada. Non ho tempo di potergli dire nulla perché in un attimo è già dentro, giro lo sguardo allora verso la strada davanti a me, sono dispiaciuto ma determinato ad andare oltre. Penso che Mau è forte e che potrebbe anche raggiungermi se non che la folla di corridori è enorme e ritrovarsi una volta persi è come cercare un ago in un pagliaio.

Proseguo oltre verso il diritto della 1st Avenue…  5 km di saliscendi interminabili dove la fatica ti spezza il fiato e quello che hai a mezzo tiro.. Non ho tempo di terminarli perchè poco dopo quella dolorosa separazione sento una voce che mi dice “You’ll never walk alone!”.. Sembra un film della Pixar: dietro di me trovo di nuovo ritrovo il mio compagno di merende, perchè nel frattempo oltre ai sali hanno cominciato a darci anche qualche banana. Provo una bellissima sensazione, davvero una delle più belle che abbia mai provato. Forza Mau, penso dentro di me, sei stato un grande e sei riuscito a ritrovarmi fra quelle migliaia di maratoneti. Col suo cappellino simbolico dei mondiali del 2006 (poi mi avrebbe raccontato che lo usava per coprirsi la pelata mentre affrontava affrontato la malattia) mi sorride con sguardo fugace e soddisfatto. Siamo di nuovo insieme e da questo momento sento che non ci sarà più bisogno di chiedergli “ci sei Mau?”.

E menomale perché dal 30° km mi comincia a mancare fiato, gambe e tutto quello che serve. “Dai Enri ci siamo, ancora qualche chilometro”.. sappiamo entrambi che è una bugia.. ne mancano tanti ed i più difficili. La sfida comincia da qui. Ma fra un bicchiere di sale, un incoraggiamento e la folla che ti acclama come se stessi tentando un’impresa titanica si arriva alla fine della lunghissima 1stAvenue e si attraversa il Bronx prima di rientrare verso Harlem..

Manca solo un ponte da attraversare e una persona a bordo strada tiene un cartello con scritto più o meno così: “Hey guys, this is the last damned bridge” (Questo è l’ultimo dannato ponte). Lo attraversiamo e ci accoglie Harlem, con una folla che urla a suon di tamburi. “The last damned bridge” mi ripeto mentre guardo Mau che ormai da un paio di km mi ha già affiancato, sento che comincio a cedere sotto l’implacabile ritmo delle salite di New York.

Siamo ai 35 e Mau è già da un po’ che continua a prendere acqua, sali e cibo ed a dividerli con me senza chiedermi niente. Ormai non c’è più bisogno di parole ed io forse non ne ho più davvero. Cominciano i crampi alla gamba destra e mancano ancora più di 8km. Si arriva nel punto peggiore che è la salita che arriva prima del rientro sul diritto di Central Park. Mau ha ancora forze e fiato per ringraziare la folla mentre io quelle voci comincio a non sentirle più. Altre volte in allenamento sono stato in crisi ma ora è diverso.. ora ci sono i 36 km oltre i quali non ero mai andato. Oltre ci sono i dolori lancinanti talmente forti che fai fatica a distinguerne la provenienza. “Dai Enrico che ci siamo davvero”. Vorrei credergli. “L’ultima salita e ci siamo”.

Con intelligenza chirurgica non dice mai “l’ultima e siamo arrivati” perché io mi sento che arrivati lo siamo davvero,  ma al capolinea e non alla finish line. Distolgo l’attenzione dal dolore al tricipite della gamba destra dovuto al principio di lei crampi. La salita li ha “leniti” un po’ ma un km dopo, molto democraticamente, si fa sentire anche la gamba sinistra. Mi maledico. Se vengono i crampi è tutto finito. Non ce la faccio non è un termine che uso ma stavolta ci sta tutto.

“Dai Enrico che ce la facciamo”. Mi viene da sorridere che il giorno prima facevamo il verso a Gianni Morandi sulla stregua di “uno su mille ce la fa”. Ma adesso non si scherza ed il pensiero passa in un attimo. “Dai Enrico dai”..

Maurizio è l’unico a sapere il mio nome e lo ripete allo sfinimento. La salita non finisce più, ho il fiato corto e le gambe a pezzi, il piede che ora sente persino una scarpa allacciata troppo. La spalla che urla per le contratture nonostante il nastro del fisioterapista. Non ce la faccio,sono già due volte che me lo dico e non era mai successo in vita mia. Ancora salita. Un dislivello di 253mt.. nessun altra maratona è così.

Manca un chilometro. Maurizio comincia a godersi il momento e ringrazia la folla di nuovo. Ha energie per tirare fuori anche una action cam e pochi metri dopo persino la bandiera italiana. Sono gli ultimi metri. Ormai quel “ci siamo” assume un sapore ed una forma che si porta dietro mesi di sofferenza, preparazione, sudore, lacrime, tempo sottratto alla tua famiglia.

Ultimi 400 metri. Tiro fuori anche io la bandiera che è ora l’unica cosa che mi identifica a parte il pettorale che mi porto dietro da ormai quasi 42km. Ci siamo davvero. Non ho forza di pensare, non ho occhi per sentire niente, se non il dolore puro. Mi rimangono però gli occhi per vedere Maurizio e la bandiera, Maurizio e le sue battaglie, Maurizio e la sua malattia, le cure, gli ospedali, i pianti dei familiari ed il suo cappellino dei mondiali in un letto di ospedale dove la folla non c’è e sei solo con te stesso. Ma vedo anche quel Maurizio che da maratoneta è diventato pacer e coach, che è stato guidato, ispirato e supportato e che ora fa la stessa cosa con gli altri.

Abbiamo concluso con lo stesso identico tempo.Mi ha aspettato come si fa quando si è grandi. In camera mi dirà che anche lui sentiva di non averne più (anche se secondo me ne aveva ancora ed avrebbe potuto fare di meglio).

Vedo Maurizio ed un secondo dietro vedo me: ce l’ho fatta pure io con le mie battaglie interiori e la voglia di essere grande come lo è stato lui oggi ed in altre mille circostanze.

Oggi siamo stati grandi in due. Ci siamo trainato ed ispirato a vicenda. Così succede nelle grandi squadre. Così succede fra persone che condividono più di una maratona..

Grazie Mau…

A proposito.. “ci sei Mau?”

Enrico Zanieri

@zanierienrico

Blogger, dalla terapia nel 2006 perché colpito da Linfoma non Hodgkin alla Maratona di Roma 2016. #Unpassoallavolta verso la speranza

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Blogger, dalla terapia nel 2006 perché colpito da Linfoma non Hodgkin alla Maratona di Roma 2016. #Unpassoallavolta verso la speranza

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