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7- Parola d’ordine: Normalità

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“E dipingo a modo mio il mondo intorno a me,
Come un bambino nel tempo che non perde mai
La sua curiosità,
È l’istinto che mi fa volare via di qua.
Un bambino nel tempo non si arrende mai,
Cerca la felicità”

Eros Ramazzotti- Bambino nel tempo

 

La prima chemio è andata… E tutto sommato devo dire che mi sento bene, non so se sono solo fortunato perchè non mi ha abbattuto più di tanto, se sono i farmaci che prendo ad aiutarmi se la mia tenacia c’entri qualcosa o se forse sia un insieme di tutte queste cose. Comunque sia vado avanti e sono contento perchè non ho smesso un giorno di lavorare: mi rendo conto che ho davvero bisogno di normalità, fosse la via migliore per combattere al meglio questa battaglia.

Per carattere non mi piace essere compatito, è un atteggiamento che non ho mai apprezzato. Non ho bisogno di sentirmi dire “poverino”… semmai “Forza!”. Ecco, questa semplice parola è molto più di impatto, sono convinto che aiuta decisamente di più chi se la sente dire. Ancor prima di affrontare la malattia, quando ero animatore negli incontri coi giovanissimi della Parrocchia c’era un discorso che amavo fare loro e che forse ancora qualcuno ricorda: “Se vi trovate davanti a una difficoltà non fermatevi ad autocompatirvi! Ricordatevi che è sempre meglio entrare in un circolo virtuoso che non in uno vizioso… Così sarà un po’ meno difficile risalire la china e superarla!”.

Il perché mi era chiaro già da allora: se io mi faccio vedere giù di morale, chi sta intorno a me si sente ancora peggio perché non sa come aiutarmi ed io sto male, mi innervosisco e mi intristisco perché li vedo in questo modo… e così via generando un vortice che ti trascina sempre più verso il basso. La prospettiva cambia invece se sei tu per primo ad avere un approccio positivo, nonostante tutto: il mondo intorno a te assume dei colori più chiari e tutto diventa diverso e anche combattere risulta meno faticoso. Inutile dire quale sia stata la mia scelta… A volte non c’è nulla di più straordinario che fare la scelta più “semplice”, la normalità, almeno per quanto ti sia permesso da ciò che stai affrontando.

Nel frattempo c’è il trantran lavorativo a scandire la mia giornata: sveglia alle 6.20, treno per Genova alle 6.54, chiacchiere con i compagni di viaggio diventati ormai amici e prima dell’arrivo in ufficio, comme d’habitude passaggio al bar all’uscita della metro di De Ferrari. Lì mi aspetta la seconda colazione, cappuccio e brioche… la scusa (fino a un certo punto…) è che la fame sia dovuta al cortisone che prendevo, ma in fondo questa è una delle piccole “coccole” che cerco di concedermi.

Dopo quel momento dedicato solo a me inizia la giornata lavorativa: per 8 ore svolgo quello che da 4 mesi era ormai il mio compito, ovvero quello del consulente informatico in Costa Crociere. Tolti i giorni di ricovero per la prima chemio non sono mancato dall’ufficio nemmeno un giorno, in occasioni di quelle successive mi limitavo a prendere permesso solo per il tempo della terapia, dopodiché rientravo sempre al lavoro. Non per colpa del fatto che in quel periodo lavorassi con un contratto a progetto (quei contratti che non prevedono né ferie né malattia), ma proprio voglia di provare a vivere la mia quotidianità, quella in cui la terapia era un utile “accessorio”, fino a quando ne avessi avuto le forze.La testa almeno non avrebbe avuto così il tempo per fare voli pindarici e per farmi diventare preda di naturali paure che però in questo momento sarebbero state deleterie. Ripensandoci oggi sono felicissimo di quella scelta.

La quotidianità l’ho sempre ritenuta fondamentale, modificarla in toto o farmi guidare nelle mie scelte dalla malattia avrebbe significato segnare un punto in suo favore, ed io non volevo cedere nemmeno un passo! Una sola cosa ho dovuto giocoforza “concedere”: nonostante il caldo agostano non potevo mettere piede in spiaggia (o “a spiaggia”, come diciamo noi originari del savonese…). Il cortisone (necessario nella mia terapia) non va d’accordo con i raggi solari, meglio stare a casa al fresco. Da amante del mare sin da piccolo, questa è stata forse l’unica cosa che mi è pesata un po’ di più insieme al non poter fare sport…

Ci sono tante cose che non dimenticherò mai di quel periodo, ma ce ne sono due sono legate alla mia vita lavorativa a Milano.
La prima  è l’sms che mi manda la mia ex supercapa Antonella: “Ci saranno dei giorni difficili, ma tu sei un ragazzo forte che non molla mai! Ce la farai, vedrai!”. Mi commuovo mentre lo leggo, anche perché la Anto ha sempre dato l’immagine di donna tutta d’un pezzo e questo gesto di dolcezza mi scioglie il cuore. In quel momento io non lo so, ma anche lei sta già lottando contro un male che qualche mese dopo purtroppo non le darà scampo, a poco più di 35 anni. Eppure lei in quel momento pensa a fare coraggio a me, mi hai insegnato tante cose sul lavoro e nella vita Anto, non finirò mai di ringraziarti e di seguire il tuo esempio.
La seconda invece è Greg, il mio ex diretto superiore, che viene apposta a trovarmi e a farmi passare una serata fra risate, cibo e buon vino alla Sagra dei Gunbi, quella sera la parola d’ordine è divertirsi.

Si avvicinavano intanto i giorni della seconda terapia e in prossimità di Ferragosto c’è quello che per me ormai da anni è un appuntamento fisso: la Sagra del Nostralino a Ranzi, sopra Pietra Ligure. La prima sera è quella del 10 di agosto e così, come sempre, con gli amici ci organizziamo per una cena insieme e in sella allo scooter raggiungiamo i Bui, la località dove si svolge la sagra. Consueto menu composto di trenette al pesto, spiedini con patatine e anguria e poi classica puntata verso il banco di beneficenza. Mentre sono lì in attesa di ritirare i premi chiacchiero con Gian e la Catte, in quel momento arriva Marco, il responsabile, e mi chiede se ho voglia di dar loro una mano negli altri 4 giorni della sagra. Mi brillano gli occhi: accetto subito. L’idea di potermi rendere utile e di fare qualcosa per tenere occupata la testa mi fa stare bene.

Il giorno dopo è venerdì e lavoro, ma faccio di tutto per prendere al volo il treno che mi riporta a Pietra per le 19.30, tempo di una sciacquata veloce e poi subito sulla via di Ranzi. C’è solo una cosa che mi rallenta: prima di partire noto come sul piatto della doccia siano rimasti tanti capelli… inizio a pensare che quel dottore con la barba che mi aveva detto che sarebbero caduti avesse ragione… Per stasera però non ho voglia di pensarci, voglio andare a divertirmi.

La sera si fa tardi e così il mattino la sveglia suona più tardi.. per fortuna è sabato e si dorme un po’ di più! Quando apro gli occhi noto però che anche il cuscino è pieno di capelli e passando la mano sulla testa noto che vengono via a ciocche… Sento come un pugno nello stomaco e penso che urga un “rimedio” veloce e così prendo la macchinetta, la imposto sui 4 mm di lunghezza e taglio, senza pietà, tanto fa caldo. Alla fine il risultato è buono. Non sto poi così male.

Altra sera alla sagra, altra mattinata di sonno… altro risveglio con il cuscino pieno di capelli, che seppur corti si fanno notare bene sul bianco della federa.
Capisco allora che è arrivato il momento di togliere tutto: voglio essere io a decidere il momento in cui non averne più in testa, senza aspettare, voglio avere ancora io la sensazione di avere in mano il pallino della mia vita.

Schiuma da barba sulla testa mi guardo nello specchio e sorrido perché mi sembra di vedere Babbo Natale in pieno agosto. Sono contento di essere di buon umore, perchè in fondo questo è uno dei momenti “drammatici” nel percorso che sto affrontando.

Ho sempre pensato che la perdita dei capelli sarebbe stato un qualcosa di traumatico, un qualcosa che mi avrebbe dato la sensazione di perdere le forze… e invece è proprio in questo momento che mi rendo conto come non sia così: le forze le sento ancora tutte, così come la voglia di vivere. Quello che sento dentro è il motore che mi ha spinto a tagliare tutto a zero prima che fossero loro a decidere di cadere. Insomma, in 3 giorni di sagra mi presento con 3 tagli di capelli differenti, ma è estate e forse anche per questo non do tanto nell’occhio.

La festa nel frattempo prosegue e io riesco per tutti e 5 i giorni a fare tutto senza stancarmi, sempre con il sorriso sulle labbra. Arriva Ferragosto e con se porta i fuochi sul mare nella mia bellissima Pietra, una tradizione da vivere sulla spiaggia insieme agli amici. Guardo i fuochi e sorrido pensando come queste giornate siano scivolate via tranquille, per un attimo penso che fra 6 giorni dovrò andare in Day Hospital per fare la seconda terapia  ma per ora la mia mente fa spallucce… Ci penserò quando sarà il momento.

So che ci saranno giorni duri da affrontare ma ora voglio essere comunque felice, felice per aver scoperto una nuova parte di me, felice di aver capito che non sono i capelli a darmi la forza, ma è quello che ho dentro. E dentro ho tanta, tanta voglia di vivere, quella che mi aiuta a vedere quel piccolo barlume di luce in fondo al tunnel. Voglio pensare positivo, stasera penso che quella luce la vedrò anche all’uscita! Oggi più che mai so che non mollerò un passo!

“…occhi a volte un po’ troppo severi scrutano
per capire quanto c’è di diverso come se dalla faccia e dai capelli fosse semplice
intuire se quello riflesso sono ancora io se ogni piccolo dettaglio su quel volto è proprio mio
se ce la farò ogni giorno ad affrontare tutto quello che verrà
Me la caverò proprio come ho sempre fatto
con le gambe ammortizzando il botto
poi mi rialzerò ammaccato non distrutto
basterà una settimana a letto
poi verrà da se ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime
ci sarà anche qualche sera in cui starò per cedere
ma poi piano piano tutto passerà senza accorgermene tutto passerà…”

 

Blogger, dalla terapia nel 2006 perché colpito da Linfoma non Hodgkin alla Maratona di Roma 2016. #Unpassoallavolta verso la speranza

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Blogger, dalla terapia nel 2006 perché colpito da Linfoma non Hodgkin alla Maratona di Roma 2016. #Unpassoallavolta verso la speranza

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