
Ciao, mi chiamo Giulia ed il 16 agosto 2005 ho scoperto di essere una ragazza fortunata!
Sono fortunata e non perché la vita mi ha regalato un sogno come a Jovanotti, ma perché mi ha regalato una seconda occasione, mi ha messo davanti ad un muro ma mi ha dato anche gli strumenti per scalarlo… ed io l’ho scalato!
Ho compiuto da poco 18 anni e mentre il calendario segna la data del 24 gennaio 2005, io mi trovo all’Ospedale Santa Chiara di Pisa quando i medici mi dicono che nel mio corpo c’è un altro inquilino: si chiama LMA, leucemia mieloide acuta.
Non nego che qualche piantino (forse anche più di “qualche”…) me lo sono fatto… ma poi mi sono subito detta: “Caro inquilino che sei entrato senza nemmeno chiederlo, per me puoi tornartene da dove sei venuto!!!”.
E così, grazie anche all’incoscienza e alla presunzione di essere invincibili che si hanno a quell’età, ho guardato avanti e ho deciso che non mi sarei lasciata fermare da quel nuovo inquilino.
I fantastici eroi dal camice bianco mi misero davanti tutto ciò che mi avrebbe atteso da lì a poco: avrei dovuto affrontare 6 mesi di cure ma, se tutto fosse andato come avrebbe dovuto, alla fine avrei potuto essere davvero “libera”… E così è stato!
In quel periodo mi proposero anche di prendermi un anno sabbatico a scuola per non affaticarmi troppo e riprendere la quinta liceo l’anno successivo, ma la mia risposta fu chiara e decisa: “No! Io il prossimo anno andrò all’università, di un anno sabbatico non se ne parla nemmeno!”.
E così iniziò l’avventura: 6 lunghi mesi di cure in ospedale intervallati da brevi soggiorni a casa in cui per la prima volta mi è capitato di pensare “che bello domani posso andare a scuola”!
L’estate porta con se due cose meravigliose: prima un diploma preso con il massimo dei voti e poi finalmente il 16 agosto 2005 l’ultima dimissione.
Da quel giorno sono passati più di 13 anni in cui non ho mai smesso di sognare e di inseguire i miei obiettivi. L’università poi l’ho fatta per davvero e sono diventata architetto ed ora faccio un lavoro che adoro. Il destino poi mi ha permesso di conoscere Edoardo che da qualche mese è diventato mio marito, ma non è solo questo: lui è l’Amico, il Compagno che ho scelto per il mio viaggio nella Vita.
Sono sempre stata una sportiva e nel 2015 ho scoperto l’amore per la corsa e così, quasi per caso, son passata da correre a stento 5 km, a correrne prima 10…poi 20…. fino ad arrivare alla maratona! Nel 2016 infatti ho deciso di cimentarmi in quella che è stata nella mia prima vera grande sfida della corsa: la maratona di Firenze.
Concluderla è stata per me una gioia immensa: superare me stessa e i limiti che pensavo di avere è stato impagabile.

Da allora sono sempre andata in cerca di nuove sfide per mettermi alla prova, per provare quel brivido del “ce l’ho fatta!” che mi fa sentire ancora più viva. Perché la corsa ha questo potere su di me, soprattutto i trail (le corse in montagna): quando sono in cima ad un monte con scenari mozzafiato davanti, con il fiatone per la salita appena fatta, penso sempre “Guarda intorno a te e goditi questo spettacolo, è vita e te la meriti”!

Sì, Caparezza ha ragione nella sua canzone: dobbiamo fare quello che ci fa stare bene!
Lo scorso anno ho avuto un problema al ginocchio e mi sono dovuta fermare qualche mese, ma mi chiamano “testa dura” non per caso e così a forza di riposo e fisioterapia son tornata di nuovo in carreggiata. Mi sono detta che avrei ridotto i km, che mi sarei limitata alle mezze maratone, ma poi si è presentata l’opportunità di partecipare ad un progetto di Charity e di correre la mitica maratona di New York e io non potevo di certo lasciarmela scappare!
New York…New York… che festa stupenda è stata la maratona: una festa lunga 42.195 km o 26.2 miglia, se vogliamo dirlo all’americana!

Appena tornata da New York sento per caso parlare alla radio di #unpassoallavolta e della storia di Maurizio. Faccio qualche ricerca su internet e decido che devo assolutamente sostenere questo ragazzo e il suo progetto. Gli racconto la mia storia, così simile alla sua, gli racconto che eravamo entrambi a New York e che sono felice che si possano raccontare storie di speranza. Lui mi chiede se ho voglia di raccontare anche la mia agli altri e io accetto subito con gioia, perché è bello poter portare il messaggio e far sapere a tutti che non solo da certe malattie si può guarire, ma si può tornare a vivere più “vivi” e forti di prima!
Tra pochi giorni mi aspetta una nuova avventura: un trail di 30 km con 2000 m di dislivello…e non vedo l’ora di essere lì a correrlo!!
Perché la verità è che a me le sfide piacciono, mi fanno sentire viva e mi ricordano che ogni traguardo si può raggiungere, un passo alla volta!
]]>“E dipingo a modo mio il mondo intorno a me,
Come un bambino nel tempo che non perde mai
La sua curiosità,
È l’istinto che mi fa volare via di qua.
Un bambino nel tempo non si arrende mai,
Cerca la felicità”Eros Ramazzotti- Bambino nel tempo
La prima chemio è andata… E tutto sommato devo dire che mi sento bene, non so se sono solo fortunato perchè non mi ha abbattuto più di tanto, se sono i farmaci che prendo ad aiutarmi se la mia tenacia c’entri qualcosa o se forse sia un insieme di tutte queste cose. Comunque sia vado avanti e sono contento perchè non ho smesso un giorno di lavorare: mi rendo conto che ho davvero bisogno di normalità, fosse la via migliore per combattere al meglio questa battaglia.
Per carattere non mi piace essere compatito, è un atteggiamento che non ho mai apprezzato. Non ho bisogno di sentirmi dire “poverino”… semmai “Forza!”. Ecco, questa semplice parola è molto più di impatto, sono convinto che aiuta decisamente di più chi se la sente dire. Ancor prima di affrontare la malattia, quando ero animatore negli incontri coi giovanissimi della Parrocchia c’era un discorso che amavo fare loro e che forse ancora qualcuno ricorda: “Se vi trovate davanti a una difficoltà non fermatevi ad autocompatirvi! Ricordatevi che è sempre meglio entrare in un circolo virtuoso che non in uno vizioso… Così sarà un po’ meno difficile risalire la china e superarla!”.
Il perché mi era chiaro già da allora: se io mi faccio vedere giù di morale, chi sta intorno a me si sente ancora peggio perché non sa come aiutarmi ed io sto male, mi innervosisco e mi intristisco perché li vedo in questo modo… e così via generando un vortice che ti trascina sempre più verso il basso. La prospettiva cambia invece se sei tu per primo ad avere un approccio positivo, nonostante tutto: il mondo intorno a te assume dei colori più chiari e tutto diventa diverso e anche combattere risulta meno faticoso. Inutile dire quale sia stata la mia scelta… A volte non c’è nulla di più straordinario che fare la scelta più “semplice”, la normalità, almeno per quanto ti sia permesso da ciò che stai affrontando.
Nel frattempo c’è il trantran lavorativo a scandire la mia giornata: sveglia alle 6.20, treno per Genova alle 6.54, chiacchiere con i compagni di viaggio diventati ormai amici e prima dell’arrivo in ufficio, comme d’habitude passaggio al bar all’uscita della metro di De Ferrari. Lì mi aspetta la seconda colazione, cappuccio e brioche… la scusa (fino a un certo punto…) è che la fame sia dovuta al cortisone che prendevo, ma in fondo questa è una delle piccole “coccole” che cerco di concedermi.
Dopo quel momento dedicato solo a me inizia la giornata lavorativa: per 8 ore svolgo quello che da 4 mesi era ormai il mio compito, ovvero quello del consulente informatico in Costa Crociere. Tolti i giorni di ricovero per la prima chemio non sono mancato dall’ufficio nemmeno un giorno, in occasioni di quelle successive mi limitavo a prendere permesso solo per il tempo della terapia, dopodiché rientravo sempre al lavoro. Non per colpa del fatto che in quel periodo lavorassi con un contratto a progetto (quei contratti che non prevedono né ferie né malattia), ma proprio voglia di provare a vivere la mia quotidianità, quella in cui la terapia era un utile “accessorio”, fino a quando ne avessi avuto le forze.La testa almeno non avrebbe avuto così il tempo per fare voli pindarici e per farmi diventare preda di naturali paure che però in questo momento sarebbero state deleterie. Ripensandoci oggi sono felicissimo di quella scelta.
La quotidianità l’ho sempre ritenuta fondamentale, modificarla in toto o farmi guidare nelle mie scelte dalla malattia avrebbe significato segnare un punto in suo favore, ed io non volevo cedere nemmeno un passo! Una sola cosa ho dovuto giocoforza “concedere”: nonostante il caldo agostano non potevo mettere piede in spiaggia (o “a spiaggia”, come diciamo noi originari del savonese…). Il cortisone (necessario nella mia terapia) non va d’accordo con i raggi solari, meglio stare a casa al fresco. Da amante del mare sin da piccolo, questa è stata forse l’unica cosa che mi è pesata un po’ di più insieme al non poter fare sport…
Ci sono tante cose che non dimenticherò mai di quel periodo, ma ce ne sono due sono legate alla mia vita lavorativa a Milano.
La prima è l’sms che mi manda la mia ex supercapa Antonella: “Ci saranno dei giorni difficili, ma tu sei un ragazzo forte che non molla mai! Ce la farai, vedrai!”. Mi commuovo mentre lo leggo, anche perché la Anto ha sempre dato l’immagine di donna tutta d’un pezzo e questo gesto di dolcezza mi scioglie il cuore. In quel momento io non lo so, ma anche lei sta già lottando contro un male che qualche mese dopo purtroppo non le darà scampo, a poco più di 35 anni. Eppure lei in quel momento pensa a fare coraggio a me, mi hai insegnato tante cose sul lavoro e nella vita Anto, non finirò mai di ringraziarti e di seguire il tuo esempio.
La seconda invece è Greg, il mio ex diretto superiore, che viene apposta a trovarmi e a farmi passare una serata fra risate, cibo e buon vino alla Sagra dei Gunbi, quella sera la parola d’ordine è divertirsi.
Si avvicinavano intanto i giorni della seconda terapia e in prossimità di Ferragosto c’è quello che per me ormai da anni è un appuntamento fisso: la Sagra del Nostralino a Ranzi, sopra Pietra Ligure. La prima sera è quella del 10 di agosto e così, come sempre, con gli amici ci organizziamo per una cena insieme e in sella allo scooter raggiungiamo i Bui, la località dove si svolge la sagra. Consueto menu composto di trenette al pesto, spiedini con patatine e anguria e poi classica puntata verso il banco di beneficenza. Mentre sono lì in attesa di ritirare i premi chiacchiero con Gian e la Catte, in quel momento arriva Marco, il responsabile, e mi chiede se ho voglia di dar loro una mano negli altri 4 giorni della sagra. Mi brillano gli occhi: accetto subito. L’idea di potermi rendere utile e di fare qualcosa per tenere occupata la testa mi fa stare bene.
Il giorno dopo è venerdì e lavoro, ma faccio di tutto per prendere al volo il treno che mi riporta a Pietra per le 19.30, tempo di una sciacquata veloce e poi subito sulla via di Ranzi. C’è solo una cosa che mi rallenta: prima di partire noto come sul piatto della doccia siano rimasti tanti capelli… inizio a pensare che quel dottore con la barba che mi aveva detto che sarebbero caduti avesse ragione… Per stasera però non ho voglia di pensarci, voglio andare a divertirmi.
La sera si fa tardi e così il mattino la sveglia suona più tardi.. per fortuna è sabato e si dorme un po’ di più! Quando apro gli occhi noto però che anche il cuscino è pieno di capelli e passando la mano sulla testa noto che vengono via a ciocche… Sento come un pugno nello stomaco e penso che urga un “rimedio” veloce e così prendo la macchinetta, la imposto sui 4 mm di lunghezza e taglio, senza pietà, tanto fa caldo. Alla fine il risultato è buono. Non sto poi così male.
Altra sera alla sagra, altra mattinata di sonno… altro risveglio con il cuscino pieno di capelli, che seppur corti si fanno notare bene sul bianco della federa.
Capisco allora che è arrivato il momento di togliere tutto: voglio essere io a decidere il momento in cui non averne più in testa, senza aspettare, voglio avere ancora io la sensazione di avere in mano il pallino della mia vita.
Schiuma da barba sulla testa mi guardo nello specchio e sorrido perché mi sembra di vedere Babbo Natale in pieno agosto. Sono contento di essere di buon umore, perchè in fondo questo è uno dei momenti “drammatici” nel percorso che sto affrontando.
Ho sempre pensato che la perdita dei capelli sarebbe stato un qualcosa di traumatico, un qualcosa che mi avrebbe dato la sensazione di perdere le forze… e invece è proprio in questo momento che mi rendo conto come non sia così: le forze le sento ancora tutte, così come la voglia di vivere. Quello che sento dentro è il motore che mi ha spinto a tagliare tutto a zero prima che fossero loro a decidere di cadere. Insomma, in 3 giorni di sagra mi presento con 3 tagli di capelli differenti, ma è estate e forse anche per questo non do tanto nell’occhio.
La festa nel frattempo prosegue e io riesco per tutti e 5 i giorni a fare tutto senza stancarmi, sempre con il sorriso sulle labbra. Arriva Ferragosto e con se porta i fuochi sul mare nella mia bellissima Pietra, una tradizione da vivere sulla spiaggia insieme agli amici. Guardo i fuochi e sorrido pensando come queste giornate siano scivolate via tranquille, per un attimo penso che fra 6 giorni dovrò andare in Day Hospital per fare la seconda terapia ma per ora la mia mente fa spallucce… Ci penserò quando sarà il momento.
So che ci saranno giorni duri da affrontare ma ora voglio essere comunque felice, felice per aver scoperto una nuova parte di me, felice di aver capito che non sono i capelli a darmi la forza, ma è quello che ho dentro. E dentro ho tanta, tanta voglia di vivere, quella che mi aiuta a vedere quel piccolo barlume di luce in fondo al tunnel. Voglio pensare positivo, stasera penso che quella luce la vedrò anche all’uscita! Oggi più che mai so che non mollerò un passo!
“…occhi a volte un po’ troppo severi scrutano
per capire quanto c’è di diverso come se dalla faccia e dai capelli fosse semplice
intuire se quello riflesso sono ancora io se ogni piccolo dettaglio su quel volto è proprio mio
se ce la farò ogni giorno ad affrontare tutto quello che verrà
Me la caverò proprio come ho sempre fatto
con le gambe ammortizzando il botto
poi mi rialzerò ammaccato non distrutto
basterà una settimana a letto
poi verrà da se ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime
ci sarà anche qualche sera in cui starò per cedere
ma poi piano piano tutto passerà senza accorgermene tutto passerà…”
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annunciando la nuova doppia sfida del prossimo 2 Aprile alla Maratona di Roma.
Aiutiamo ad Aiutare. Facciamolo Insieme!! Perchè #unpassoallavolta si può davvero arrivare dappertutto!
]]>Oggi sono passati 10 anni dall’ultimo ciclo di chemioterapia per combattere quel Linfoma non Hodgkin che aveva provato a mettermi in bastoni fra le ruote… ma che per fortuna non è riuscito nel suo intento.
Oggi ho mille pensieri che frullano per la testa, non posso negarlo.
Oggi più che mai devo ringraziare i medici che hanno saputo riconoscere in tempo la malattia e che mi hanno curato insieme agli infermieri e con il loro sorriso, la loro professionalità, il loro amore e la dedizione per il lavoro e i pazienti mi hanno trasmesso tanta forza.
Oggi più che mai devo ringraziare i miei amici, prezioso supporto e fonte di sorrisi nei momenti difficili.
Oggi più che mai devo ringraziare la mia famiglia: posso solo immaginare quanta paura e preoccupazione avevate addosso, pur sapendo che sono uno che non molla facilmente, e quanto fosse difficile sentirsi impotenti senza poter fare nulla se non starmi vicino e sperare. Ma forse non sapete nemmeno quanta forza siete riusciti a trasmettermi e se sono ancora qua non posso che esservi grato, per tutto.
Oggi più che mai devo ringraziare soprattutto i ricercatori perché senza di loro con buona probabilità non sarei più qui. Il loro lavoro silenzioso e spesso mai giustamente valorizzato e retribuito è essenziale per sperare di sopravvivere.
La mente vola con un velo di commozione anche verso chi purtroppo non è riuscito a vincere la sua battaglia. È proprio perché sempre più persone possano farcela che dobbiamo sostenere la ricerca, perché possa trovare soluzioni sempre nuove e efficaci per far sì che sempre più persone possano vedere la luce della Speranza e di una nuova Vita.
Proprio in questa direzione è nato il progetto #unpassoallavolta nato per sostenere chi ora lotta, oltre che la ricerca che cerca, attraverso le iniziative dell’Associazione Giacomo Sintini. Ha visto la luce un anno fa e oggi ha già portato il messaggio di speranza in giro per l’Italia, correndo 2 maratone e varie gare sulla mia maglia, oltre a quelle corse dai miei “angeli” Raffaele e Sandro .
Abbiamo raccolto circa 2.000 euro che sono serviti per aiutare nell’acquisto di macchinari per la crioconservazione delle cellule staminali all’Ematologia dell’Ospedale Maggiore di Parma e per un fine settimana di vacanza a Moena per i giovani pazienti della Oncoematologia pediatrica.
Il nostro obiettivo però non è fermarci qui, vogliamo andare avanti ponendoci nuovi obiettivi, portando nuove testimonianze e organizzando nuove raccolte fondi perché sempre più persone possano vedere la luce della Speranza. Io sono stato fortunato e vorrei che fossero sempre di più i visi sorridenti di chi ce l’ha fatta!
Nel 2017 saremo di nuovo a Roma (cui rimarrò eternamente legato per la bellezza della corsa e per il sostegno ricevuto dall’organizzazione, persone davvero speciali) e saremo tanti a vestire la nuova divisa di #unpassoallavolta, sempre più persone che vogliono corriere insieme a noi per portare il messaggio con un fine solidale anche a Genova, Verona, senza dimenticare Parma, la Runrivierarun e le nuove gare che verranno (probabilmente Cremona e Lodi, ma non solo..).
Oggi allora voglio festeggiare quello che per me è un altro compleanno, perché non è sbagliato dire che oggi ho 10 anni “di più”. E non posso che dire GRAZIE per questo tempo nuovo che mi è stato donato, sperando per tutti in un domani migliore perché, come amo dire, #nonsimollaunpasso ![]()
Qui sotto il video che registrai giusto un anno fa…
[embedyt]https://www.youtube.com/watch?v=UIJgwdMCBH4[/embedyt] ]]>“Coraggio lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c’è niente di più vero
Di un miraggio
E per quanta strada ancora c’è da fare…
Amerai il finale!”Cesare Cremonini- Buon Viaggio (Share the love)
È il mattino del 22 luglio il giorno in cui la mia vita inizia a prendere davvero una nuova strada. Suona il telefono, dall’altro capo un medico molto gentile mi comunica che è arrivato il momento di cominciare e quattro giorni dopo mi attendono alla clinica ematologica dell’Ospedale San Martino di Genova. Il 27 farò la mia prima chemioterapia ed è previsto che la faccia in regime di ricovero perchè così prevede il mio piano, anche in modo da essere pronti in caso di qualunque reazione negativa. Il 28 poi, se tutto andrà bene, potrò essere dimesso per tornare tranquillamente a casa.
Preparo la borsa e oltre al necessarie ci metto dentro anche i miei pensieri. Per quanto li provi a nascondere, inevitabilmente saranno miei compagni soprattutto in quei 3 giorni in cui inizia un nuovo viaggio, quello di ritorno verso la Vita.
Le ore che mi separano dal quel 26 luglio sembrano non passare mai, ma per mia fortuna c’è il lavoro che tiene la mente occupata e contribuisce a far scorrere più veloce il tempo. Quasi non me ne accorgo che inizia l’alba di un nuovo giorno e sono già a bordo della macchina dei miei, destinazione Speranza…
Arrivato all’Opsedale San Martino, mi accoglie un’infermiera dai modi molto gentili e mi accompagna verso una camera doppia dove mi aspetta un compagno di stanza speciale: un ragazzo di 17 anni, originario dell’Ecuador, che mi accoglie con un grande sorriso. Lo conoscerò meglio in quei giorni trascorsi insieme e per me sarà un esempio davvero speciale, mi racconterà di quante ne ha passate e di quante ne sta passando, eppure nonostante tutto ha sempre un grande sorriso sulle labbra e una parola buona per tutti. Ha una simpatia e una grinta che ti contagiano e ti danno una spinta enorme.
Arriva l’ora di salutare i miei e mi metto in abbigliamento da camera e mentre mi cambio succede un qualcosacosa che interpreto come un segno: il braccialetto giallo della Livestrong (che da qualche anno porto sul mio braccio destro come segno di sostegno a chi lotta contro i tumori) si rompe… parafrasando Manzoni: questa lotta s’ha da vincere allora!
In quel pomeriggio si svolgono poi le procedure che succedono il ricovero. La prima è l’incontro con una giovane dottoressa, immagino specializzanda, che svolge una pratica burocratica, ma allo stesso tempo importante: la compilazione della cartella clinica con la raccolta particolareggiata delle notizie che mi riguardano (anamnesi familiare, fisiologica e patologica). Una prassi di per sé noiosa, ma la dottoressa ha un sorriso contagioso e un bellissimo modo di fare oltre a una simpatica “R” alla francese e questo contribuisce a rendere quel momento più leggero. Dopo pochi minuti nella mia stanza entra un’altra giovane dottoressa per visitarmi, è alta e raccoglie i suoi lunghi capelli neri raccolti in una coda. Controlla i miei linfonodi e lo fa con un tatto deciso, ma allo stesso tempo leggero, quasi come se non volesse farmi male. Apprezzo molto la gentilezza e l’attenzione di questi giovani medici: quando ti trovi in una situazione di difficoltà sentirti curato e, in un certo modo, protetto da medici che hanno a cuore sia la tua salute fisica che quella mentale ti aiuta a sentirti meno solo nella tua battaglia.
La cena non è certo quella dell’Hotel Sheraton, ma non ci lamentiamo… in fondo ciò che passi il convento non è poi così male. Poco prima delle 8 passa a trovarmi il medico di guardia e per mia sorpresa, in una sorta di carrambata, conosco quel dottorino con gli occhiali che è appena entrato nella mia stanza a visitarmi! Solo 15 anni prima era venuto in vacanza a Pietra Ligure e avevamo condiviso settimane di cazzeggio e divertimento in spiaggia. Il fato è anche questo, e ti fa ritrovare dopo tanti anni nelle condizioni più strane… Incredibile, no?
Al termine del suo giro ritorna da me per chiacchierare un po’. Dopo un inevitabile salto nel passato lui capisce che ho da fargli anche delle domande su quello che potrà essere il mio futuro. Mi ascolta e con delicatezza cerca di di rassicurarmi. “Maury, sappi che le medicine sono importanti, ma lo è anche e soprattutto la testa: devi cercare di non farti mai prendere dallo sconforto, nemmeno nei momenti che possono apparire i più difficili e che probabilmente si presenteranno. Te ne dico uno per tutti: probabilmente perderai i capelli per la terapia ma non devi abbatterti!”. Ha centrato uno dei punti: quella era una delle mie più piccole e banali paure. L’idea di poter perdere i capelli è una cosa che ti mette ansia, che ti fa sentire quasi “nudo” e indifeso come un Sansone privo dei tuoi poteri. Mi metterò di impegno però, e cercherò di far sì che le mie paure non abbiano la meglio.
La notte è calda, ma per fortuna riesco a dormire e ad arrivare tonico e lucido al mattino dopo. È arrivato infatti il momento di iniziare a prendere confidenza con la pozione che mi DEVE salvare la vita. Qualunque cosa sia spero che mi aiuti a portare a termine tutte le cose che non ho ancora fatto e che ho ancora da fare in questo mondo…
In quei momenti ho anche modo di capire che qui anche anche le infermiere sono davvero molto gentili. Soprattutto sanno regalarti un sorriso e una parola di conforto anche nei momenti più tosti. Anche loro come i medici hanno una forza d’animo che invidio: vedono tante storie, dalle più “semplici” alle più difficili e toccanti, eppure ogni mattina hanno la forza per provare donarti momenti di serenità e alleviare le tue paure. Le eleggo a miei angeli custodi in questa prima parte del viaggio. Ora siamo pronti a partire. La pozione è attaccata all’asta e passa attraverso un infusore, che la fa scendere molto lentamente. Per finire tutto ci vorranno quasi 8 ore. Lo scorrere lento è necessario in questa prima fase.
Lunga far passare 8 ore, 480 minuti, 28800 secondi in cui goccia a goccia quel veleno curante scende dentro le mie vene. Un modo per non dar peso al tempo lo troveremo, in fondo tutto ciò è necessario per provare ad avere ancora un domani. Iniziamo chiacchierando fitto fitto con il mio compagno di stanza e quando lui ha bisogno di riposarsi guardo un po’ di TV con la penna USB attaccata al PC (anche se qui praticamente si prende solo MTV…) e nel frattempo… mangio! Sì, mangio perché nonostante tutto l’appetito non mi manca. Da una parte ho la flebo e… dall’altra ho il pacco dei Galletti del Mulino Bianco da cui attingo senza sosta. Che ci posso fare se oggi mi piacciono ancora di più? Per un attimo penso anche che si rigenerino perché arriveranno tranquillamente alla sera… 
L’asta della flebo diventa un’ulteriore compagna di questa giornata. Non mi lascia privacy, nemmeno quando devo andare a espletare i miei bisogni fisiologici… Alla toilette mi tocca andare accompagnato dalla lungagnona, una smilza di ferro! Il primo ingresso in bagno un po’ mi demoralizza: all’altezza del lavabo c’è un ragazzo abbastanza giovane che si sta tagliando i capelli con la lametta e alcuni vengono via a ciocche senza nemmeno sforzare. Provo a sorridere per cercare di tirargli un po’ su il morale, lui ricambia, ma non saprò mai se ci sono riuscito. Poco dopo esco e incontro un altro ragazzo. Anche lui, come me, è in compagnia della sua lungagnona e cammina tenendo lo sguardo basso. Immagino si senta un po’ giù e allora, come mio solito, cerco di stemperare un po’ la situazione: siccome siamo entrambi appesi all’asta me ne esco con un “Anche tu scendi alla prossima?”. Lo so, sono un po’ fuori, ma almeno facciamo entrambi una bella risata entrambi Mi illudo di avergli regalato anche solo un attimo di serenità, per quel che si può e spero che anche lui possa vincere la sua battaglia.
Al rientro nella mia stanza trovo due giovani dottoresse intente nel chiacchierare con il mio giovanissimo compagno di stanza. Le saluto, e noto che oltre ad essere decisamente carine, sono soprattutto molto gentili e sorridenti e hanno un bellissimo modo di fare. In certi momenti noti e apprezzi davvero tutto. Loro si intrattengono per una decina di minuti, si chiacchiera del più e del meno e tanta è la leggerezza di quel momento che finisco per dimenticarmi che sono nel bel mezzo della mia prima chemio.
In quel pomeriggio poi nella mia stanza inizia un piccolo “pellegrinaggio” con gli amici che vengono a trovarmi regalando sorrisi e serenità… Il top si tocca poco dopo le sei quando nella mia stanza si materializza il Gruppo Savona Vacanze, ovvero il gruppo degli amici dell’Università e della Casa dello Studente. A un certo punto finiamo per essere in 10 nella stanza intorno a Paolo che con il suo sarcasmo e le sue battute pungenti riesce a strappare una risata a tutti. E’ bello sentire gli amici vicino quando stai così, ma soprattutto è bello che continuino ad essere quelli di sempre! In una situazione come questa nulla aiuta più della normalità!
Giunge il momento di togliere l’ago. La prima è andata e tutto sommato mi sento bene. Nella mia stanza entra uno stuolo di medici guidato dal primario seguito da altri 4 medici, uno ha la barba e gli altri 3 mi sembrano molto giovani, presumo specializzandi. Mi chiedono come mi sento e se la terapia mi ha dato dei fastidi, controllano i miei parametri e poi mi dicono che se andrà tutto bene l’indomani potrò andare tranquillamente a casa. Il primari mi chiede se ho qualche domanda da fare. Lo ammetto, in testa mi frulla ancora quella sui capelli, in un certo senso mi “tormenta”… il medico con la barba mi dice di non farmi troppe illusioni confermandomi che con la terapia che scelta per me difficilmente resteranno al loro posto, ma che l’importante sarà aver salva la vita alla fine della battaglia. I capelli poi torneranno più forti di prima non appena tutto sarà terminato. Gli credo, sorrido e butto tutto alle spalle. Ci penserò quando sarà il momento.
Arrivano i miei, oggi è il compleanno di mamma e il regalo più grande che posso farle è quello di sorridere ed essere sereno e ottimista anche per lei. E così faccio. In quel momento il pensiero è uno: “Mamma, stai tranquilla che il regalo non te lo porto oggi… ma arriverà con il tempo! Questa battaglia la vinciamo, insieme!”.
La notte scivola via tranquilla. Poco dopo colazione una delle due dottoresse torna a trovare il mio compagno di stanza. Al momento dei saluti la fermo solo per chiedere il suo nome, la mia memoria è ballerina da sempre e non lo ricordo più… Lei, sempre gentile, mi sorride e me lo dice senza offendersi… Io non lo so ancora, ma quel giorno mi cambierà per sempre la vita…
La visita del mattino dà gli esiti sperati e subito dopo pranzo potrò tornare a casa, non appena pronto il foglio di dimissione con le indicazioni per la terapia da seguire una volta fuori dall’ospedale.
Saluto tutti e mi prendo una breve vacanza: per 3 giorni andrò in piemonte dai miei nonni. Considerando che perderò i capelli e che non voglio dare loro alcuna preoccupazione, meglio che mi vedano ora e non quando sarò glabro… Quelle 72 ore le dedicherò al riposo e soprattuttoa loro, me li godrò un po’ di più di quel che, purtroppo, riesco a fare normalmente. Il tempo purtroppo passa veloce e in un attimo arrivi a quel momento in cui vorresti prendere il telefono per sentirli, ma il numero del paradiso purtroppo non lo hai in rubrica…
Ora però non voglio pensare nemmeno a quello. Voglio vivere ogni istante, voglio vivere alla giornata e assaporare ogni emozione. Guardo il cielo stellato di Camerana in questa notte di luglio, ascolto le rane gracidare e sento il profumo dell’estate. Sorrido. Non lo faccio né per incoscienza né per sfrontatezza. Lo faccio perché penso che la vita per sorriderti abbia bisogno che tu lo faccia per primo con lei. Come dice una nota canzone “ci han concesso solo una vita, soddisfatti o no qua non rimborsano mai…”. Sta a noi viverla come si deve. Questa sera penso che QUANDO (e non se…) vincerò la mia battaglia cercherò di aiutare chi è in difficoltà. Devo però imparare ad andare un passo alla volta… Il primo è andato, ora tocca a me proseguire questo mio cammino nel miglior modo possibile, per quanto duro possa essere.
…continua…
]]>E se volete conoscere un po’ di più di tutto questo… Buon ascolto!
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Numero Speciale ed emotivamente importante anche per me: all’interno della rivista potete trovare un bellissimo articolo di Marco Tarozzi che racconta la mia storia e l’iniziativa #unpassoallavolta per festeggiare insieme il decennale dalla mia malattia. Desidero ringraziare il direttore Marco Marchei che ha voluto fortemente condividere con i lettori di Runner’s World la mia storia, Marco Tarozzi per averla raccontata in un modo che mi ha fatto davvero emozionare e il mio caro amico Maurizio Cenere, fotografo d’eccezione, che ha studiato e immortalato le immagini dell’articolo, oltre ovviamente a Sara, Francesco e alla mia famiglia che mi supportano (…e sopportano) nelle difficoltà di questa piccola, grande “impresa” sportiva.
]]>“Un esercito vittorioso prima vince, poi dà battaglia;
un esercito destinato alla sconfitta prima dà battaglia, poi spera di vincere. ”Sun Tsu (L’arte della guerra)
Sono seduto sul treno e sono in viaggio verso il San Martino di Genova. Oggi è previsto l’incontro con il primario di Ematologia e per la prima volta non si parlerà tanto del COSA (la malattia), ma del COME cercare di combatterla. Da Pietra siamo partiti in tre e ad accompagnarmi ci sono come sempre mamma e papà. A Savona si aggregherà mio zio Roberto, il nostro medico in famiglia, almeno possiamo contare su qualcuno che ci aiuti a capire e comprendere meglio le cose mediche che per noi possono risultare un po’ più ostiche.
Sul treno si parla del più e del meno, con mio papà, che mi ha trasmesso la passione per il calcio parliamo ancora dei mondiali appena terminati. Dopo un po’ mi estraneo, infilo nelle mie orecchie le cuffiette per ascoltare un po’ di musica, è un’abitudine che ho sin dai tempi dell’università e che quando viaggio in treno mi aiuta a far passare più velocemente il tempo navigando un po’ fra i pensieri e, qua e là, anche fra qualche ricordo che solo certe canzoni sanno riportarti alla mente. Sono un chiacchierone, soprattutto nei viaggi in treno fatti in compagnia, ma oggi non ho granché voglia di parlare e non perché sia più cupo del solito, anzi, probabilmente è solo perché voglio arrivare a Genova nel massimo relax della mente, quello che ritrovo di solito fra le “mie” canzoni.
Il mio lettore mp3 è un “siluro”, una mega chiavetta USB da ben 1 giga con un centinaio di canzoni a bordo. Il titolo scorre su un piccolo led, i primi iPod costano troppo per me. Nelle orecchie risuona la voce di Irene Grandi che “Prima di partire per un lungo viaggio” sembra mi inviti a portare con me la voglia di cambiamento interiore e di pensare a quello che do io prima di pretendere qualcosa dagli altri.
Sembra che mi legga nel pensiero perché è proprio così che mi sento: oggi parto con uno spirito nuovo. So che piano qualcosa dentro di me sta cambiando, che sto imparando a dare il peso giusto alle cose (senza darne troppo a ciò che non ne merita) e che in questo nuovo percorso che mi troverò ad affrontare non sarò mai solo, ma soprattutto dovrò pensare anche io a fare qualcosa per gli altri.
Sì, perché spesso in queste situazioni si finisce per piangersi addosso e avercela con il mondo per ciò che ti è capitato e devi affrontare. Io però non voglio che per me sia così e in questo senso la Fede mi aiuta. La malattia non devo viverla come una cosa negativa, ma come un disegno di Dio per me, un “dono” che possa favorire la mia riscoperta dei veri valori della vita e mi consenta di ritrovare quell’equilibrio interiore che forse negli ultimi tempi avevo un po’ perso per tante, troppe ragioni. Allo stesso tempo però non devo perdere di vista ciò che mi sta intorno, soprattutto le persone che amo. So che loro soffrono per (e con) me, soprattutto ora, e io so che non posso e non devo farmi vedere giù. Lo penso da sempre, ma oggi è decisamente più attuale: un circolo virtuoso aiuta te e gli altri molto più di un circolo vizioso. La questione è semplice: se io sono scoraggiato e mi faccio compatire, le persone attorno a me saranno infelici e ciò aumenterà la mia tristezza e si rifletterà sul loro umore in un circolo che porta inevitabilmente verso il basso. Viceversa, se mi faccio vedere sorridente, anche loro saranno decisamente più sereni e tutto ciò contribuirà decisamente alla mia serenità portandoci tutti ad avere un morale più alto e ad apprezzare le cose belle della vita. Sono sempre stato un inguaribile ottimista, ma oggi so che ho anche io delle piccole responsabilità verso chi mi sta intorno.
“Siamo arrivati a Brignole…”, le parole di mia mamma mi risvegliano dai miei pensieri e mi riportano alla realtà. Breve tragitto in bus fino all’Ospedale e poi dopo una breve attesa ci accoglie il primario, un uomo dall’aspetto rassicurante con i baffi neri e un simpatico accento romagnolo. Guarda i miei esami, mi visita e poi mi dà una prima idea di quello che mi aspetta: “C’è un nuovo protocollo sperimentale in cui probabilmente potresti essere arruolato, ma prima dovremmo solo fare ancora un esame, una biopsia, per essere sicuri che il linfoma non abbia intaccato il midollo. Ti chiameranno domani per darti l’appuntamento. Se hai domande, fammele pure, sono a tua disposizione.”
Al momento però non ne ho tantissime, vedo speranza e questo mi aiuta a sorridere.
Parliamo ancora qualche minuto e prima di salutarmi e congedarmi mi dice poche, importantissime parole: “Mi raccomando ora, sii determinato perché la testa conta tantissimo, da lì dipende almeno un 30% della tua guarigione! Le cure sicuramente sono importanti, ma la voglia di combattere lo è ancora di più!”.
Se prima avevo grinta e coraggio per iniziare questa battaglia, queste parole mi danno una spinta ancora maggiore… Tornando a casa sul treno nella mia testa faccio anche una specie di ex voto “laico”: siccome ho deciso di affrontare questa mia sfida per la vita “alla Gattuso”, QUANDO (e non SE…) ne uscirò mi comprerò la sua maglia, rigorosamente della Nazionale… In realtà prima di quello “pagano” c’era quello cristiano: se tutto andrà come deve andrò a piedi sino al Santuario della Madonna della Guardia (8 km di salita ripida) e porterò i miei ultimi esami come segno di gratitudine per la grazia concessa.
Il giorno dopo, come mi aveva anticipato il primario, suona il telefono e dall’altro capo c’è un giovane medico che mi dà appuntamento per le 9 del successivo 15 luglio. Nei pochi giorni che mi separano continua la routine quotidiana divisa fra viaggi in treno da buon pendolare, lavoro in ufficio e uscite serali con gli amici. La vita continua come se nulla fosse.
La mattina del 15 ad accompagnarmi ci sono come sempre i miei angeli custodi. In ambulatorio mi accolgono due giovani medici, un ragazzo e una ragazza, mi danno l’idea di essere tosti e per questo mi ispirano fiducia. Lui avrà la mia età e si rivolge a me e ai miei genitori in modi molto gentili. Siccome sono giovane mi dice che prima di iniziare le cure dovrei pensare anche alla crioconservazione, ovvero al congelamento dei miei spermatozoi, nel caso pensassi di avere dei figli è il primo passo che dovrei fare. Le terapie che mi troverò ad affrontare potrebbero compromettere le capacità di avere dei figli arrivando sino alla sterilità e comunque sia dovrei attendere sicuramente qualche anno affinché le cellule del mio corpo smaltiscano tutto. Sono costretto a rifletterci: ad oggi, oltre a non avere nessuna certezza non ho neppure uno straccio di fidanzata e mi trovo a dover decidere sul futuro di eventuali figli… curiosa la vita, no? Comunque sia non ci penso due volte e chiedo tutte le informazioni perché se tutto andrà bene (e nel mio cuore sono sicuro che sarà così) e incontrerò prima o poi la donna della mia vita, non voglio negare a lei (e a me) questa gioia. Per la prima volta penso veramente a un dopo e per un attimo sogno ad occhi aperti: fra le mie braccia vedo un piccolo frugoletto che mi guarda e mi chiama “Papà…”. Quest’immagine mi dà una forza incredibile: ce la devo fare anche per te, che tu sia un lui o una lei poco importa, anche se oggi non conosco quella che sarà tua mamma, so che un giorno ti terrò fra le mie braccia e ti insegnerò a camminare nella vita. So che sarà così e il solo pensiero mi scalda il cuore.
Torno quindi alla realtà e ad aiutarmi sono le parole del giovane medico che mi fornisce il numero di telefono del Centro Fertilità dell’Ospedale, li dovrò contattare da lì a poco sicuramente prima di iniziare le terapie. A tal proposito aggiunge che presto mi telefoneranno e mi diranno le date in cui dovrò effettuare il primo passo del lungo cammino che mi attende. Per essere maggiormente sotto controllo e reagire in tempo ad eventuali effetti collaterali è previsto che faccia la terapia da ricoverato, mentre le successive saranno in regime di Day Hospital. Dovrò pertanto organizzarmi con il lavoro perché mi toccherà rimanere in ospedale almeno due giorni.
Mi avvisa anche che dovrei fare richiesta alla mia ASL per l’esenzione 048, prevista per la mia patologia, visto che dovrò fare tanti esami. Sembra strano, ma è in questo momento che, forse per la prima, volta sono un po’ scosso perché mi rendo conto che ho davvero qualcosa di importante…
Non è però il momento di avere paura perché ora è giunta l’ora dell’analisi vera e propria, per la precisione della Biopsia Osteomidollare. L’esame consiste in una speciale puntura, effettuata in genere nella parte posteriore del bacino (cresta iliaca posteriore), così come avviene nel mio caso. Seguo le indicazioni del medico che con modi molto gentili mi guida in questo esame e mi sdraio a pancia in giù sul lettino dell’ambulatorio in attesa della anestesia locale, che per fortuna non tarda ad arrivare. Mi avvisa che potrei sentire un po’ di dolore perché l’ago che dovrà inserire all’interno dell’osso è un po’ grande, al suo interno raccoglierà un piccolo cilindro di tessuto osseo e un po’ di liquido del midollo osseo che verranno successivamente sottoposti agli esami al microscopio. Percepisco effettivamente un po’ di più la puntura nonostante l’anestesia, ma è un dolore più che sopportabile. Inizio a sentire qualcosina di più quando comincia il carotaggio dell’osso, ma anche qui non sento troppo male probabilmente anche grazie alla bravura e alla mano calma di quel giovane dottore. Terminata quest’ultima operazione si ferma un attimo e mi avvisa che è arrivato il momento di aspirare un po’ di midollo osseo, mi dice che in questo momento non sentirò dolore, ma potrei provare una sensazione strana. Attende un mio segnale per iniziare, poi procede con l’operazione. Aveva ragione lui: in quei pochissimi secondi mi sento come un burattino, avete presente quelli di legno solitamente con le fattezze di Pinocchio cui tirando un filo si alzano contemporaneamente braccia e gambe? Ecco, ora mi sento così! É come se un enorme aspirapolvere stia tirando contemporaneamente tutti i miei nervi. Finisce tutto in un attimo per fortuna e mi gira un po’ la testa. Con una mano che denota davvero cura per il paziente il giovane dottore estrae l’ago e procede insieme alla sua collega con la medicazione. Mi consiglia poi di restare sul lettino ancora un po’ per smaltire l’adrenalina del momento e riprendermi con tranquillità. Seguo il suo consiglio e faccio così, dopo quest’esperienza per certi versi mistica ho bisogno di un attimo per rimettermi in forma anche perché la mia giornata continua e fra poco devo andare in ufficio a lavorare, in fondo sto bene e ho bisogno della mia normalità.
Quando sono pronto mi alzo, mi rivesto e stringo la mano per salutare quei due giovani dottori che per me rappresentano due angeli della Speranza. Loro ricambiano con un sorriso e un “Ci sentiamo presto” che è benzina per i battiti del mio cuore e per la mia testa.
L’anestesia sta pian piano perdendo il suo effetto e così il dolore fa un po’ di capolino. Mi incammino con i miei verso la fermata dell’autobus, io mi dirigerò verso l’ufficio a portare avanti il mio lavoro mentre loro torneranno verso casa. Nel cielo non c’è una nuvola e il sole illumina tutto per fortuna, un po’ perché mi scalda anche il cuore e un po’ perché almeno posso indossare i miei occhiali scuri. Ho un momento un po’ così, non so se per la sensazione strana provata oggi o per il timore del viaggio che sto iniziando ad affrontare e così gli occhi si riempiono di lacrime. Quelle due sante lenti scure mi proteggono dallo sguardo dei miei. Non voglio che mi vedano così, hanno già il loro grande peso sulle spalle e io non voglio dargliene altri. È questo pensiero che mi basta per riprendermi: alla fermata il sorriso sia già tornato sul mio volto. La giornata ricomincia così: insieme saliamo sul bus e appena arrivati all’altezza della stazione ci salutiamo e vado verso l’ufficio con un sorriso in più. Bisogna guardare avanti con occhi di speranza.
Così farò anche nei giorni successivi in attesa della chiamata… Sono sempre più convinto che un sorriso aiuta a vivere meglio. Un passo alla volta poi si riesce a fare tutto: fai la tua vita normale ragazzo e vedrai che tutto andrà bene. Lo dice il tuo cuore e il cuore, si sa, non mente mai!
…continua…
“L’arte del saper vivere
consiste nell’avere gli occhi
di chi ne ha passate tante
e il sorriso di chi le ha superate tutte.”Anonimo
La sveglia suona prestissimo, alle 7 devo già essere in ospedale perché oggi si entra in sala operatoria. Si farà tutto in Day Surgery e questo per fortuna mi ha evitato il ricovero già da ieri sera. Stanotte almeno ho dormito nel mio letto anche se probabilmente almeno per la prossima credo mi toccherà fermarmi in ospedale. Non so ancora bene cosa mi aspetti ma sono fiducioso che tutto andrà bene. Per fortuna sono il primo della lista, una buona notizia perché almeno non dovrò aspettare e la testa sarà subito più occupata senza perdersi in assurdi giochi mentali. Entro nella stanza preoperatoria e mi preparo, rimango solo con il camice e i miei pensieri, sdraiato sul lettino in attesa che mi vengano a prendere. In quel momento cerco solo di stare tranquillo e così penso alle persone che amo di più: i miei due splendidi genitori e la mia sorellina che stamattina mi hanno accompagnato in ospedale e cercano di non farmi vedere né sentire le loro preoccupazioni. Mi si stringe il cuore pensando a ciò che stanno passando: quando sai che c’è qualcosa che può mettere a repentagli la vita di tuo figlio e ti senti impotente perché non puoi fare nulla è per certi versi ancora più difficile. In quel momento penso che non dovrò farmi mai vedere giù da loro, non posso far sentire anche questo peso sulle loro spalle. Affronterò tutto con il sorriso anche per loro, per rendere più lieve questa mia, anzi questa NOSTRA battaglia. Così potremmo vincerla insieme! All’altra opportunità non ci penso nemmeno per ora. Ottimismo è la parola d’ordine.
Nel mentre che le mie labbra abbozzano un leggero sorriso arriva l’anestesista e oltre a riportarmi alla realtà mi porta in sala operatoria. Ho scelto di fare l’operazione in anestesia locale e ci sono due semplici ragioni: la prima è che il decorso post operatorio dovrebbe essere più veloce, la seconda, non meno importante, è che anche l’operazione voglio “viverla” in prima persona. Così accade, anche se c’è un telo che proprio sotto il mento mi copre la visuale, ma la vita non è fatta di sola vista e così raccolgo gli odori e i rumori che mi accompagnano nell’oretta che vivo insieme ai miei tre angeli custodi:i due chirurghi e l’anestesista. Chiacchieriamo anche del più e del meno, mentre in sottofondo c’è anche la radio a tenerci compagnia. La prima canzone che passa è “Relax, Take it Easy” di Mika. Dapprima la ascolto distrattamente, poi faccio caso alle parole:
Relax, There is an answer to the darkest times – Rilassati, c’è una risposta anche ai tempi più bui
It’s clear we don’t understand but the last thing on my mind – E’ chiaro che non capiamo ma l’ultima cosa che mi passa per la testa
Is to leave you – è lasciarti
I believe that we’re in this together – credo che ci siamo dentro assieme
Don’t scream, there are so many roads left – non urlare, ci sono così tante strade da percorrere
Non sarà un caso. Lo prendo come un messaggio e un segno che non sono solo… e sorrido alzando gli occhi al cielo.
Tra una canzone e l’altra arriva poi anche il momento del giornale radio e non si può non parlare della partita di ieri. L’uomo del momento è Francesco Totti, che con freddezza ha segnato il rigore decisivo al 93′ e ha portato l’Italia ai quarti di finale. “Il cucchiaio? Avevo pensato di farlo. Poi ci ho ripensato ed ho battuto come avete visto..” così il Pupone ai microfoni della radio. Confesso che il timore lo avevo anche io ieri sera, ma sono contento che nel dubbio abbia tirato forte nell’angolino. Segnando.
Ecco, ora sono in una sala operatoria, sdraiato su un freddo lettino, con tre persone che stanno portando via un pezzo di me per capire se c’è qualcosa che non va e io mi preoccupo per il rigore di Totti. Non sono molto a posto…
Intanto li sento armeggiare sotto quel telo, sento il rumore dei ferri fino a quando il chirurgo mi avvisa che l’intervento è terminato e tura giù il telo. Prima di rimandarmi in stanza, mi dice che tutto è andato tranquillamente, ma per sapere qualcosa bisognerà attendere il referto istologico. Mi dice che manderanno una parte del linfonodo che mi hanno asportato anche all’ospedale di Genova, per avere una doppia certezza sulla correttezza del referto. Per ultimo mi fa vedere un “palloncino” collegato a un tubicino che esce direttamente dal mio collo: è il drenaggio che dovrà rimanere lì per qualche giorno, poi dovrò tornare in ospedale per farmelo levare e togliere i punti.
Rientro in stanza e riaccendo il telefono. Arrivano davvero tanti messaggi per chiedermi se tutto è andato bene e per farmi gli auguri di una pronta guarigione. Fra tutti però ce n’è uno che mi colpisce più degli altri ed è quello di Elena. Siamo amici da più di 10 anni e sono stato anche il suo testimone di nozze, ma negli ultimi mesi qualcosa è andato storto e ci siamo un po’ allontanati. Non ricordo nemmeno perché, ma forse il troppo orgoglio mi ha spinto, sbagliando, a non approfondire. Apro il messaggio e il contenuto mi toglie il sorriso perché la mia amica mi avvisa che Don Franco non c’è più… Don Franco è il papà di un nostro comune amico, un cuore bianconero con cui ho diviso anni di posticipi e partite di Champions League al bar della stazione di Pietra Ligure. Un uomo dall’espressione malinconica, ma che allo stesso tempo aveva sempre la battuta pronta, quella che arrivava sempre al momento giusto per regalarti il sorriso. Amava il calcio e negli anni precedenti per me “non era sabato” se non ci si vedeva in piazza anche solo 5 minuti e si parlava un po ‘ della nostra amata Juve. Il problema era quando non ci si vedeva perché, ça va sans dire, la Juve perdeva… Tradizioni di un recente passato che ora mi fanno venire le lacrime agli occhi… mi mancherà Don Franco! Asciugo la lacrima che mi solca la guancia e rispondo a Elena, le racconto dove sono e il perché… non passa nemmeno un’ora che lei apre la porta della mia stanza. Via le cose brutte, via l’orgoglio, è il momento di scrollarsi di dosso i brutti pensieri e di ricementare un’amicizia, un altro sorriso che il buon Franco ha voluto regalarmi nel suo triste addio, mi ha ridonato quell’Amica che per me è una sorella. Non lo potrò salutare perché il suo funerale è domattina, ma appena mi sarò ripreso andrò a dargli il mio silenzioso saluto dove ora riposerà in pace. È una promessa e la manterrò appena esco di qui.
Tra una telefonata e l’altra sono tanti gli amici che vengono a trovarmi in ospedale. Quella sera poi, fra tutti, c’è uno dei miei toccasana: il buon Tiziano che insieme alla sua Cinzia riescono ad allietare questa mia serata “alternativa”. Tiziano è una delle persone più positive che io conosca, sempre con il sorriso e la battuta pronta, ma con un carisma e un carattere da far invidia. Uno che vorresti avere sempre nella tua squadra perché sai che non solo saprebbe tirare su il morale alla truppa, ma che sarebbe anche capace di tirare fuori il meglio da ognuno. Quella sera rischia anche di farmi saltare i punti quando a un certo punto fissa il mio drenaggio e mi dice: “Ma senti un po, più tardi viene a trovarti il Cardinale di Napoli?”. Io ingenuo chiedo:“Perché? “. E lui con aria seria e sorniona mi risponde in tempo zero: “No sai, visto che hai l’ampliamento di San Gennaro attaccata al collo, pensavo che venisse a controllare se il sangue si scioglie per davvero…” . Ne segue una risata che coinvolge tutti i miei compagni di stanza. Anche il signore davanti a me, che solo ora mi accorgo essere uguale al papà della serie cartoon de I Griffin…
L’indomani dopo le visite di rito mi dimettono, sto ancora qualche giorno a casa a riposo prima di ritornare a lavoro. Nel frattempo i Fab5 tornano all’opera al Barone Rosso e accompagnano gli azzurri nel vittorioso 3-0 con l’Ucraina. Siamo in semifinale contro la Germania e, considerato il numero di tedeschi in vacanza da queste parti, sarà un match quasi cruciale anche per noi pietresi…
Il giorno prima della semifinale è previsto che torni in ospedale per farmi togliere l’ampolla (come la chiama il mio amico Tiziano) e così faccio. I dottori controllano tutto, mi chiudono il piccolo buco da dove usciva il drenaggio con un punto “autoassorbente” e mi tranquillizzano dicendomi che il decorso procede bene.
Quel punto però rischia di saltarmi la sera dopo: è tutta colpa di Fabio Grosso e Alex Del Piero. Il primo mi fa esultare come un matto dopo quasi 120 minuti quando ormai si pensava che l’accesso alla finale si sarebbe decisa ai rigori. Il secondo…. Perché al suo gol salto in aria e, non mi vergogno a dirlo, mi commuovo e piango… sì, piango come se avesse segnato un fratello. Forse è anche uno sfogo emotivo per quello che sto tenendo dentro ormai da settimane, ma finisco per immedesimarmi con un ragazzo che ha solo un anno più di me, che ne ha passate tante e sono contento per lui.. ripensarci ora: io che in quella situazione mi commuovo per un calciatore, per il Capitano della mia squadra che non sa nemmeno della mia esistenza fa fin sorridere, ma quelle lacrime erano sincere.
Italia in finale comunque e… vuoi vedere che vinciamo la scommessa? La sera del 4 luglio 2006 ci dice che, comunque andrà la finale del mondiale metterò in tasca qualcosa perché un rigore di Zidane e le parate di Barthez portano i galletti francesi a sfidare gli azzurri per la Coppa più prestigiosa. La Francia è una sorpresa che per arrivare in là ha eliminato Spagna, Brasile e il fortissimo portogallo di Figo, Deco, Rui Costa e di un giovane Cristiano Ronaldo. Sarà dura, ma comunque vada sarà un successo… E anche se vincerei molto di più se vincessero i cugini d’Oltralpe, ovviamente mi auguro di festeggiare una vittoria mondiale… male che vada avrò una piccola consolazione.
Pochi giorni prima della finale mi telefonano dall’ospedale, sono arrivati i referti della biopsia e c’è la diagnosi definitiva: Linfoma non Hodgkin. Ora finalmente so con certezza il nome del mio “avversario” e da buon sportivo inizierò a studiarlo per capirne le debolezze. Nel frattempo grazie anche allo zio medico ci informiamo sul posto più giusto dove farmi curare: la scelta cade sul San Martino di Genova che mi dicono sia uno dei migliori centri del nord Italia. In questo momento non posso che fidarmi di loro. Questa sarà una scelta che oltre a salvarmela finirà per cambiarmi davvero la vita, oggi però non lo posso sapere…
Prendiamo intanto appuntamento con il Primario per la settimana successiva e fino ad allora non voglio più pensare a nulla…
Ora mi godo la finale… Passione fino al 90’. Intanto i Fab5 si allargano e diventano Dream Team per la finale , a parte Matteo Toni stasera ci sarà solo per un tempo… ma ci penserò io a tenerlo aggiornato. Inno cantato ad una voce da tutto il dehor del Barone Rosso, rigore per la Francia e Zidane che segna, il pareggio di Materazzi (“Siamo ancora vivi” (cit.)), il gol giustamente annullato a Toni, le paratone di Gigi e le emozioni sui rigori… Trattengo il fiato al momento del rigore di Alex… ed esplodo al gol, ora manca poco… Ci pensa Fabio Grosso a farci urlare tutti. 24 anni fa ero un bimbo di 7 anni che correva per il cortile di casa urlando “Campioni del mondo!!”. Oggi sono un bambino di 30 (quasi 31…) che questa sera ha solo voglia di festeggiare e sulla Ford di Tiziano andiamo avanti e indietro per la riviera a sventolare il tricolore. Stasera nella mia testa si instaura un pensiero: festeggerò presto anche un’altra grande vittoria. Ma a questo penseremo in un altro momento… È il momento di fare un passo alla volta. Stasera la testa è piena di immagini indelebili, grazia anche alla Coppa del Mondo vissuta con il cuore in gola e agli 80 euro vinti.
Vuoi vedere che anche questo è un buon segno?
…continua…
Notte prima degli esami, notte di polizia, certo qualcuno te lo sei portato via,
notte di mamme e di papà col biberon in mano, notte di nonne alla finestra,
ma questa notte è ancora nostra, notte di giovani attori di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni di coppe e di campioni, notte di lacrime e preghiere…
Antonello Venditti
E anche lo spettacolo di fine anno dei miei ragazzi è passato. Abbiamo riso, ballato, cantato e ci siamo divertiti e così per fortuna la testa non è andata per conto suo. Niente pensieri brutti stasera, solo sorrisi che mi hanno ritemprato davvero nel cuore e nell’anima. Per fortuna poi che nessuno si sia accorto di nulla: non ce l’avrei fatta a raccontare quello che mi avevano detto solo poche ore prima perché non mi va proprio di farmi compatire, non sono fatto così. In fondo poi ci sono ancora tanti esami da fare e, magari dalla biopsia, quando decideranno di farmela, uscirà che non ho nulla e che è stato tutto un brutto sogno… Magari….
Razionalmente lo so anche io che questo non sarà possibile, ma penso che in certi momenti sia normale attaccarsi a tutto.
Passa qualche giorno e il mese di giugno fa capolino e a inizio mese c’è il primo esame da fare, la TAC. L’esame in sé non é nulla di trascendentale, ma lo ricordo sempre col sorriso per quello che accade nei momenti che la precedono, un aneddoto divertente, se non quantomeno comico. Prima di un esame di questo tipo, soprattutto se come nel mio caso è necessario usare il mezzo di contrasto, c’è un passaggio obbligato: il consenso informato. Proprio in quel momento il dottore del Santa Corona che mi ha preso in cura dà del suo meglio. Dopo avermi spiegato nel dettaglio e lentamente le tecnicità e le particolarità dell’esame, mentre mi parla del liquido di contrasto che mi verrà iniettato conclude tutto d’un fiato più o meno così :”puòavereeffetticollateralieinraricasipuòportareallamortemanonèilsuocaso.Firmaqua?”. In quello stesso istante mi indica il fondo del foglio e mi guarda come se nulla fosse con un sorriso… Se ci ripenso rido ancora adesso, mi sembrava la classica frase che si sente alla fine degli spot pubblicitari dei farmaci.
Passa un’altra settimana di normale vita in cui cerco di non pensare a nulla e arriva il momento della Risonanza Magnetica. La RM altro non è che una tecnica diagnostica che fornisce immagini dettagliate del corpo umano utilizzando campi magnetici e onde radio, senza esporre il paziente a nessun tipo di radiazioni. Viene utilizzata per la diagnosi di una grande varietà di condizioni patologiche perché permette di visualizzare sia lo scheletro e le articolazioni, sia gli organi interni. In oncologia viene utilizzata per la diagnosi, la stadiazione e la valutazione della risposta al trattamento di diversi tipi di tumore.
Sinora ne ho fatta solo una al ginocchio dopo un incidente in motorino e mi ricordo che in quel caso mi avevano dato le cuffie per non sentire il rumore forte che fa la macchina quando è in funzione. Questa volta per mi dicono chè non si può: le zone da analizzare si trovano in prossimità del collo e quindi le cuffie potrebbero dare fastidio. Vabbè, ce la farò lo stesso.
Ho solo un po’ d’ansia al pensiero di dover entrare in quel tubo, anche se non soffro di claustrofobia o di attacchi di panico, se mi sento costretto in uno spazio angusto per tanto tempo sinceramente non so come potrei reagire. Fino ad ora non ci sono mai passato per mia fortuna, ma ora devo comunque tenere in considerazione tutto. Per evitare ogni problema cerco quindi di predispormi psicologicamente all’esame: occhi chiusi, pensieri positivi e controllo della respirazione mi aiuteranno, ne sono sicuro.
Entro nello stanzino e mi preparo: via collana orologio e tutto ciò che può dar fastidio nel “tubo”, rimango solo con il camice verde di pannocarta, la maglietta, gli slip e i calzini per proteggermi dal freddo dell’aria condizionata che abbassa la temperatura della stanza. Mi stendo sul lettino e come prima cosa mi danno in mano un pulsante da premere nel caso dovessi avere qualunque problema, dopodiché mi bloccano la testa e mi mettono una sorta di “cestino” a coprire il volto. È in quel momento chiudo gli occhi e inizio a cercare di rilassarmi il più possibile. Sento solo che mi appoggiano una coperta sulle gambe e poi il lettino che scorre, le spalle scivolano dentro al tubo. Ad occhio e croce credo di essere entrato fino alla vita. Una volta dentro mi accompagna un rumore sopportabilissimo, ma continuo che alla lunga diventa più fastidioso di una bussata di Sheldon Cooper (chi come me ama Big Bang Theory sa di cosa parlo…). Si alternano suoni simili a quello di uno scanner per documenti ma con dei forti tonfi (ton, ton, ton), ticchettii più ravvicinati e colpi più forti e discontinui. Là dentro cerco il più possibile di estraniarmi da tutto, provo a pensare al profumo dei torcetti della nonna che mi ricordano la mia infanzia o di trovarmi sdraiato su un materassino in mezzo a un mare calmo. Cerco di rimanere il più possibile tranquillo, anche se mi rendo conto che i minuti passano e non mi tirano ancora fuori ed è a quel punto che mi sale un po’ l’ansia… il demone nella testa mi dice di premere il pulsante, io però non lo ascolto: se lo schiaccio poi rischio che si debba ripartire dall’inizio e proprio non ne ho voglia. Così, cercando di muovermi il meno possibile per non compromettere la buona riuscita dell’esame, provo ad aiutarmi con la respirazione e per fortuna ho successo. Passa ancora qualche minuto, eterno nella mia testa e tutto finalmente finisce. Sento scorrere il lettino e rivedo la luce sopra i miei occhi. Il medico mi “libera” e mi dice che è tutto a posto: le immagini vanno bene e il referto arriverà nei giorni successivi. Mi sento frastornato, mi sembra di aver passato un’eternità dentro a quel tubo, guardo l’orologio e mi accorgo che è trascorsa più di un’ora da quando sono entrato. Non so se sia un segno buono o cattivo, ma apprezzo di essere uscito, finalmente. Ora posso rilassarmi un po’, e un bagno in mare in questo caldo pomeriggio di giugno non me lo leva nessuno. Ho bisogno di un po’ di aria e di un po’ di libertà.
Il giorno dopo la risonanza inizia il mondiale di Germania, e per me che amo il calcio è un appuntamento immancabile. Sul mio blog personale, una moda all’epoca, scrivo un post per presentare la partita raccontando aneddoti personali e non, elencando i precedenti e spizzicando qua e là qualche numero e qualche curiosità. Se dovessimo mai vincere con il Ghana diventerà un appuntamento fisso, scaramantico, per tutta la durata della rassegna iridata… Io non lo so ancora, ma quel giorno inizio un viaggio dentro il web che continua ancora oggi…
Un altro appuntamento fisso del Mondiale 2006 è la visione in gruppo al Pub Barone Rosso di Pietra Ligure con gli amici, se porta bene anche questa si deve ripetere fino in fondo. Alle 20.30 siamo già tutti lì, ai nostri posti intorno al tavolo: io, Davide, Matteo Toni, Garu e Maury Magico, i Fab 5. Pirlo e Iaquinta ci regalano la prima gioia, ça va sans dire che l’appuntamento diventerà il più possibile fisso e non si dovrà cambiare lo schieramento per nessun motivo! Non cambieranno nemmeno le ordinazioni: il panino Malibù, la coca media e le patatine mi accompagneranno fino a Berlino…. “Benedetta” scaramanzia, almeno penso a quello e scaccio i brutti pensieri.
Nel frattempo i giorni scorrono lenti e allo stesso tempo veloci: continuo a lavorare, fondamentalmente mi sento bene e in forze e allora voglio vivere la mia vita nel modo più normale e naturale possibile continuando con le mie abitudini di sempre. So che questo non solo aiuta me, ma anche i miei cari che sono preoccupati per la mia salute.
Entriamo nell’estate è il 21 giugno e arriva la telefonata dall’Ospedale: TAC e Risonanza non hanno dato gli esiti sperati, occorrerà fare la biopsia e asportare la bugna che è sul mio collo. C’è anche la data: il 29 giugno, mi opereranno in Day Surgery (ingresso in ospedale la mattina alle 7 del giorno dell’operazione e dimissione quello successivo salvo complicazioni). Il 28 gli azzurri giocheranno contro l’Australia gli ottavi di finale conquistati anche grazie all’imprescindibile aiuto dei Fab 5 che non sbagliano un colpo! J
Alla fine della fase a gironi con il mio fraterno amico Davide ci guardiamo negli occhi e entrambi abbiamo una sorta di presentimento: gli azzurri per noi hanno tutto per arrivare in fondo e così decidiamo di scommettere sull’Italia Campione. Andiamo al punto più vicino ma essendo liguri e soprattutto non essendo scommettitori abituali, siamo conservativi. Il nostro budget è di 10 euro a testa suddivisi così: 5 euro sull’Italia (data a 8), 2 su un Ghana vittorioso sul Brasile (pagato altissimo) e gli altri 3? Guardo le 16 qualificate e le loro quotazioni, poi mi giro verso Davide e gli dico deciso: “Puntiamoli sulla Francia che è data a 28 ma secondo me arriva in fondo…”. Manco me lo sentissi…
La partita con l’Australia è alle cinque del pomeriggio, siccome so che sarò assente nei giorni successivi cerco di chiudere tutto ciò che ho da fare a lavoro entro la serata, a costo di prendere il treno delle 8 per tornare da Genova. Non posso raggiungere i miei amici al pub, speriamo non sia un cattivo segno… Per fortuna in Costa Crociere decidono proiettare la partita sulle tv interne dove normalmente si vedono le immagini pubblicitarie. Non ho tempo di guardarla, ma corro ogni volta che sento urlare quelli che hanno fermato le loro attività per vederla. Il rigore di Totti lo vivo lì, con il cuore in gola, ed esulto abbracciando i miei colleghi. L’ufficio sembra uno stadio, mancano solo le trombette e qualcuno che lanci la Hola…
L’Italia è passata, io ho finito le mie cose e alle 19.51 salgo sul treno verso la mia Pietra Ligure, arriverò alle 21.20, il viaggio è lungo. Leggo un po’, ma poi inevitabilmente il pensiero corre a domani mattina: speriamo vada tutto bene, ma soprattutto speriamo di sapere presto di preciso se è giusto il sospetto del medico che mi ha parlato qualche tempo fa. Il lavoro, gli amici, gli affetti e i ragazzi di Lippi hanno tenuto la mia testa occupata sino a oggi, ma domani ci sarà un momento importante e forse presto finalmente sapremo qualcosa.
Non posso però vivere con l’ansia fino a quel momento, voglio pensare positivo e così guardo la mia immagine riflessa nello specchio nel buio della galleria e decido di… sorridermi. Qualunque cosa accada la affronteremo e la vinceremo insieme Mauri, io e te, un passo alla volta.
Al domani ci penseremo, appunto… domani!
Stasera rilassati più che puoi che domattina devi essere in forma!
…continua…
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